02 Marzo 2009
La questione tibetana di Andrea Parti
su esserecomunisti del 04/03/2009
La discussione emersa dal Comitato Politico Nazionale di Rifondazione Comunista dello scorso settembre apre lo spiraglio per una nuova lettura della politica estera. Una lettura non residuale e che rifugge alla subalternità di quanto espresso sui principali mezzi di comunicazione occidentali. Tra i tanti fatti che meritano di essere approfonditi e che possono esprimere un giudizio qualitativo sullo stato di salute - da un lato della sinistra nei confronti del rapporto con la realtà, dall'altro sulla necessità da parte del nostro partito di produrre analisi e interpretazioni della stessa - vi è sicuramente quello della questione tibetana, tornato in auge con l'incedere delle Olimpiadi di Pechino.
Cenni storici La storia del Tibet ha origini incerte, forse risalenti alle tribù nomadi guerriere Qiang, attestate nella zona nel secondo secolo AC. Quello che risulta palese è invece il fatto che quello che può essere definito come “popolo tibetano” sia in realtà la congiunzione di diverse popolazioni provenienti da Ovest (Asia Centrale), Sud-Ovest (Valle dell'Indo), Sud-Est (territori delle foreste birmane), Est (Valle dello Yangzi) e da Nord (Valle del Fiume Giallo). Questa diversità è visibile ancora oggi: da una valle all'altra, l'architettura delle case, i vestiti e la lingua sono talvolta differenti. Prima dell'arrivo del Buddismo in Tibet (VI secolo DC), l'altopiano fu solcato da credenze e culture variegate di tipo animistico. Il più rilevante tra i culti praticati in questo periodo sembra provenire dall'Asia centrale: il Bon. Fino al VII secolo DC non risulta presenza di un popolo compatto politicamente. In questo periodo numerose parti della regione furono unificate dal re Songstan Gampo con lo scopo di attaccare il suo potente vicino: la Cina dei Tang. Il conflitto terminò con un'alleanza: i cinesi respinsero i tibetani e l'imperatore Tang offrì sua figlia in sposa a Gampo. Questa alleanza permise al buddismo (scuola cinese del JingTu) di entrare alla corte reale dove vi restò confinato per qualche secolo. Nel IX secolo la dinastia che guidò il regno si sfaldò e precipitò il paese nell'instabilità politica. In questo periodo, nell'XI secolo, il Nord dell'India fu assalito da ondate musulmane; in quell'area si trovavano le più importanti scuole del Tantrismo (o Vajarayana, formatosi in India verso il VI secolo). Sotto l'assalto, i maestri tantrici ripararono nell'Hymalaya, in un Tibet senza fede ne legge. In questa fase il buddismo tantrico conobbe un'autentica esplosione, le comunità aumentarono rapidamente di numero e si divisero a loro volta in numerose sottoentità, le cui ultime nate (nel XIV secolo) sono le più note: i Berretti Gialli. Le popolazioni tibetane, finora sottoposte ai signori e alle rivalità tra le grandi famiglie della nobiltà, si convertirono in massa al buddismo e si misero al servizio delle comunità tantriche: la struttura ecclesiastica di quella dottrina portò loro sicurezza e stabilità. In questo modo il buddismo permise di instaurare nel Tibet una società feudale. Il potere era diviso tra la nobiltà tibetana e le comunità buddiste, con più del 90% della popolazione posto in regime di servitù. L'arrivo dei Mongoli nel XIII secolo fece del Tibet un annesso del loro impero cinese. L'imperatore Kublai Kanh entrò in contatto con l'abate di Sakya (Tibet meridionale, setta dei Berretti Rossi) che fu nominato Grande Lama (un'autorità che avrebbe dovuto presiedere tutti gli altri Lama, una sorta di papa) a cui fu affidato il potere di sovranità temporale sul Tibet. Nel 1578 l'imperatore mongolo della Cina, Altan Khan inviò un esercito in Tibet per sostenere il Grande Lama Sonam Gyatso, un ambizioso venticinquenne a cui fu conferito il titolo di Dalai (Oceano) Lama, signore di tutto il Tibet. Il primo Dalai Lama della storia fu dunque investito della propria carica da un esercito cinese. Per elevare la sua autorità oltre la sfida mondana, temporale, Sonam Gyatso confiscò monasteri che non appartenevano alla sua setta, e si crede abbia distrutto scritti buddisti contrastanti con la sua pretesa di divinità. A causa di lotte intestine l'esercito Mongolo tornerà più volte ad intervenire in Tibet, ristabilendo ogni volta al potere il Dalai Lama e le sue successive “reincarnazioni”. Col passare degli anni il feudo condivise il declino della potenza mongola, sua protettrice, e si trovò in balia del limitrofo impero cinese dei Manciù che lo conquistò nel 1721. Nel 1751 divenne una delle 18 province del “Celeste Impero” sotto forma di dipendenza autonoma. Nel 1904 la Gran Bretagna inviò un contingente di forze indiane, al comando di Sir Francis Younghusband, per sanare una controversia confinaria con le colonie inglesi che di fatto portò all'occupazione militare del Tibet, territorio che aveva anche destato l'interesse dello Zar di Russia. Una volta occupata la regione, gli inglesi cercarono di stabilire rapporti con l'aristocrazia schiavista e monastica che in precedenza la controllava. Nel 1910 i Manciù cercarono di ristabilire il controllo territoriale sul Tibet. Dopo lo scoppio della rivoluzione in Cina del 1911, il Dalai Lama a fuggì in India dagli inglesi. Gli inglesi intervennero nuovamente e occuparono Lhasa nel 1912. Al suo ritorno, il XIII Dalai Lama promise di modernizzare il Tibet nel rispetto della tradizione religiosa, ma la società rimase sostanzialmente quella feudale di sempre. I britannici cercarono, nell’ottica dell'indebolimento, di tentare di attribuire uno status internazionale alle autorità tibetane, invitandole nel 1913 alla conferenza di Simla, dove, nonostante le proteste della delegazione cinese, si fecero cedere i territori che tuttora sono contestati con l'India. Nessun governo della Cina accettò mai l'esito di quella conferenza, il paese conservò la sua integrità territoriale che più tardi fu confermata dalle Nazioni Unite. I Lama continuarono a governare la regione con la legittimazione del regime reazionario del Kuomintang, la cui autorità politica fu riconosciuta anche per ratificare la scelta dell’attuale Dalai Lama e Lama Panchen. Quando il giovane Dalai Lama fu investito della sua carica a Lhasa, ciò avvenne con una scorta armata di truppe di Chiang Kaishek e di un ministro cinese in carica, in conformità con una tradizione secolare. A conferma di questa interpretazione dei fatti, che altrove ho visto riportati in modo distorto con palesi finalità ideologiche (ndr), basti pensare che durante la seconda guerra mondiale le truppe alleate chiedevano regolarmente a Chiang Kaishek il permesso di sorvolo sul Tibet. L’isolamento territoriale rispetto al centro e le difficoltà che la Cina attraversò durante le due guerre mondiali fecero si che la regione tibetana ebbe un coinvolgimento ridotto nelle questioni nazionali. Nel 1950, con la fine della guerra civile e la proclamazione nel 1949 della Repubblica Popolare Cinese, le truppe di Mao Tse Tung completarono in Tibet il controllo sul territorio nazionale. Nel 1951 fu raggiunto un accordo con il Dalai Lama per la concessione di un regime di autonomia. Questo accordo conferiva alla Cina il controllo militare e il diritto esclusivo di condurre le relazioni estere; si rilasciava anche ai cinesi un ruolo diretto nell’amministrazione interna “per promuovere le riforme sociali”. Tra le prime riforme varate ci fu anche quella che riduceva i tassi di interesse, fino a quel punto non molto dissimili a vera e propria usura, e fu varata per la prima volta nella storia della regione tibetana, la costruzione di ospedali e strade secondo canoni moderni. Mao e i suoi quadri non intendevano semplicemente occupare la regione, desideravano altresì la collaborazione del Dalai Lama per trasformare l’economia feudale del Tibet in conformità con gli obiettivi socialisti. Nell’importante saggio Feudalesimo amichevole: il mito del Tibet del giornalista americano Michael Parenti emerge che: “Perfino Melvyn Goldstein, che è solidale con il Dalai Lama e con la causa dell’indipendenza tibetana, ha ammesso che ?contrariamente all’opinione corrente in occidente? i cinesi ?perseguivano una politica moderata. Avevano cura di mostrare rispetto per la cultura e le religioni tibetane? e ?permettevano ai vecchi sistemi monastico e feudali di continuare immutati. Fra il 1951 e il 1959, non solo non venne confiscata alcuna proprietà aristocratica o monastica, ma venne permesso ai signori feudali di esercitare una continua autorità giudiziaria nei confronti dei contadini a loro vincolati ereditariamente?. Nel 1956-57 bande armate tibetane tesero un’imboscata ad un convoglio dell’Esercito di Liberazione del Popolo cinese. Tale sommossa ricevette indirizzo e sostegno materiale dalla CIA che, su iniziativa del governo statunitense, permise di fornire agli insorti armi, provviste e addestramento militare per le unità di combattimento. Nel 1958 oltre 30 tibetani, nella massima segretezza, iniziarono il loro addestramento nella base USA di Camp Dale in Colorado. A data odierna, in quel campo, risultano esserne stati addestrati 300. Nel luglio 1959 la CIA iniziò concretamente il rifornimento aereo di armi, munizioni e soldati addestrati che arrivarono in Tibet grazie ai C-130. Risulta così che dal 1957 al 1960 siano stati trasferite verso la regione oltre 400 tonnellate di merce. In una delle operazioni diversive condotte dai guerriglieri rimase ucciso il comandante del distretto occidentale del Tibet. Fu così che i servizi segreti americani si impossessarono di importanti informazioni sulla situazione interna cinese, sulla consistenza militare, sul programma nucleare, sui rapporti tra Mosca e Pechino. Da ormai qualche anno, è noto il fatto che fu proprio la CIA a impiantare basi di sostegno militare in Nepal, compiendo numerosi ponti aerei per le operazioni di guerriglia condotte all’interno del Tibet. Durante la rivolta la “Società Americana per un’Asia Libera” propagò in modo dispiegato la causa indipendentista. Thubtan Norbu, fratello maggiore del Dalai Lama, giocò un ruolo di primo piano all’interno di questo gruppo. Molti dei commando e agenti che furono paracadutati dalla CIA in Tibet erano capi di clan aristocratici. Secondo una relazione degli stessi servizi segreti americani, il 90% di questa truppa non era conosciuto da nessuno all’interno del paese. Vista l’evidente natura morfologica del territorio, la ridotta guarnigione dell’Esercito di Liberazione del Popolo cinese non sarebbe mai stata in grado di catturare costoro, come poi fece, senza un appoggio diretto da parte della stessa popolazione tibetana. Ciò dimostra che su un piano effettivo la reazione al governo comunista abbia avuto una base molto ristretta all’interno della regione. All’inizio degli anni ’60 le spese dell’intelligence americana ammontavano a 1,7 milioni di dollari annui, di cui 500000 destinati al mantenimento di 2100 ribelli nelle basi nepalesi e 180000 destinati alle “necessità personali” del Dalai Lama, nel frattempo fuggito in India. La fuga del Dalai Lama ebbe un prezzo: la concessione di una borsa di studio a 400 ingegneri indiani affinchè si addestrassero alla tecnologia nucleare negli Stati Uniti. Lo scambio fu accettato e, per ironia della sorte, la prima bomba atomica indiana fu battezzata col soprannome di “Buddha sorridente”. Quando i rapporti tra Pechino e Washington migliorarono, l’attività sovversiva fu temporaneamente sospesa. Alla popolazione tibetana questa avventura statunitense costò oltre 87000 morti. Dopo il 1959, le autorità cinesi eliminarono il sistema di schiavitù, di servitù della gleba e l’utilizzo di mano d’opera non salariata. Fu eliminato il sistema delle tasse, creato un nuovo piano di lavoro, furono ridotte in larga parte la disoccupazione e la miseria. Furono costruiti i soli ospedali esistenti nel paese e un nuovo sistema educativo, che rompesse con il monopolio che i monasteri avevano in entrambi i settori. Furono costruiti sistemi di irrigazione per l’acqua e fu portata l’energia elettrica a Lhasa. Fu inoltre abolito il sistema delle flagellazioni pubbliche, le mutilazioni e le amputazioni compiute come forme di punizione dalle autorità religiose. Dal 1961 centinaia di acri precedentemente posseduti dai signori e dai Lama furono distribuiti agli affittuari e ai contadini senza terra. Nelle zone dedicate alla pastorizia, le greggi furono affidate alle comuni dei poveri e dei pastori. Miglioramenti e investimenti furono prodotti nell’allevamento del bestiame e per le nuove coltivazioni di verdure, frumento e orzo che furono introdotti per la prima volta. Con la pianificazione di un nuovo sistema di irrigazione fu possibile un notevole incremento della produzione contadina. Una parte della popolazione rimase comunque religiosa e lasciata in libertà di fare elemosine al clero, tuttavia la gente non fu più costretta a rendere omaggio o a fare regali sotto coercizione ai monasteri e ai signori. I molti monaci costretti negli ordini religiosi fin da bambini furono lasciati liberi di scegliere se rinunciare o meno alla vita monastica e così migliaia di persone tornarono alla vita civile. Il clero restante continuò a vivere contando su minimi stipendi governativi ed un reddito supplementare guadagnato officiando ai servizi di nozze ed ai funerali. Si tenga comunque conto che nel consolidare l’autorità sul Tibet, le stesse autorità cinesi ammettono degli errori, specie nel periodo della rivoluzione culturale (1966-1976), fase in cui le persecuzioni religiose raggiunsero un alto picco in tutto il paese. Verso la fine degli anni ’70 la Cina aveva ottenuto la piena pacificazione della situazione, provando inoltre a correggere alcuni errori commessi durante i due decenni precedenti. Nel 1980 il governo iniziò una serie di riforme destinate ad assegnare al Tibet un grado sempre più elevato di autonomia. Agli abitanti venne permesso di coltivare propri appezzamenti di terra, vendere le eccedenze del raccolto, scegliere le coltivazioni più adatte al proprio sostentamento e a quello del bestiame. Vennero ripristinate le comunicazioni con il mondo esterno e i controlli alla frontiera furono facilitati così da permettere ai tibetani di visitare parenti in India e Nepal. Dalla metà degli anni ’90 il PIL della regione è aumentato del 13% annuo, ossia più degli eccezionali ritmi di sviluppo dell’intero paese. Le opere edili sono raddoppiate e il commercio, che fino a dieci anni fa si svolgeva quasi esclusivamente col limitrofo Nepal, è cresciuto di ben 18 volte rispetto al 1995. Con gli stessi ritmi si sono sviluppati il sistema sanitario e quello scolastico (entrambi inesistenti in passato). Nel 2001 il governo di Pechino ha stanziato 65 miliardi di yuan per finanziare progetti di infrastrutture che permettano ai tibetani di uscire dal medioevo buddista-lamaista e di approdare al mondo contemporaneo, usufruendo dei vantaggi del progresso economico e sociale cinese. Fino a pochi mesi fa l’unica via di comunicazione tra il Tibet e il resto della Cina era una strada dissestata che partendo da Golmund consentiva ai camion di accedere a Lhasa in 50-60 ore di viaggio. Oggi lo stesso percorso si compie in 16 ore sul modernissimo “treno del cielo” che corre lungo i binari della più alta ferrovia del pianeta: 1200 km ad un’altitudine di oltre 5000 metri.
Il carattere feudale e reazionario del Tibet lamaista
Un articolo del marzo 1959 de L’Unità descrive la natura reazionaria della società tibetana prima dell’arrivo delle truppe di Mao: “Ancora oggi dopo l’accordo del 1951, questo paese (il Tibet) che si estende per circa un milione di chilometri quadrati sul più elevato altopiano del mondo, è retto autocriticamente dai monaci buddisti. E’ una società feudale, organizzata rigidamente a piramide, al vertice della quale è il Dalai Lama e alla cui base sono i servi della gleba. Tutto il potere emana dai monaci dei tre grandi monasteri di Drebung, Sera e Granden, ed è tra essi che vengono scelti sia i membri del Casiag, il governo responsabile verso il Dalai Lama, che i funzionari dei Lama”. Il monastero di Drepung era una delle più estese proprietà terriere del mondo, era in possesso di 185 feudi, 25000 servi della gleba, 300 grandi pascoli e 16000 guardiani di gregge. La ricchezza dei monasteri andava ai Lama di più alto rango, molti dei quali giovani rampolli di famiglie aristocratiche, il basso clero era invece di estrazione contadina. Questa disuguaglianza classista all’interno della società tibetana è strettamente paragonabile a quella del clero cristiano dell’Europa medioevale. All’interno di un quadro simile, è evidente che anche le autorità militari detenessero un quantitativo consistente di potere; si pensi ad esempio che il capo dell’esercito possedeva 4000 chilometri quadrati di terra e 3500 servi. I ragazzini tibetani venivano regolarmente sottratti alle famiglie e condotti nei monasteri per intraprendere a vita il ruolo di monaci. Tashì-Tsering, un monaco, riferì che era pratica comune per i bambini contadini essere abusati sessualmente all’interno delle strutture religiose. Egli stesso fu vittima di ripetute violenze sessuali perpetrate durante l’infanzia, non molto tempo dopo che fu introdotto nel monastero, all’età di nove anni. Nel 1953 la maggioranza della popolazione rurale, circa 700000 abitanti su 1250000 totali, era composta da servi della gleba. Vincolati ad un ristretto apprezzamento, veniva destinata loro soltanto una ristretta parcella fondiaria necessaria al loro sostentamento. I servi della gleba e il resto dei contadini dovevano fare a meno dell’istruzione e delle cure mediche. Trascorrevano la maggior parte del loro tempo a lavorare per i monasteri, per i singoli Lama e per l’aristocrazia laica, composta da circa 200 famiglie. Si può dire che erano diretta proprietà dei signori che gli comandavano quali prodotti coltivare e quali animali allevare. Non potevano sposarsi senza il consenso del loro padrone che poteva, a piacimento, allontanare i servi dalla famiglia, venderli o torturarli a morte. I proprietari terrieri avevano l’autorità legale di catturare e impiegare metodi coercitivi, fino alla violenza, per coloro che tentavano la fuga, obbligandoli a tornare indietro. Secondo la testimonianza di una donna ventiduenne fuggiasca, tutte le ragazze più graziose della servitù erano solitamente prese dal proprietario come domestiche e trattate come meglio desiderava; erano schiave senza alcun diritto. Ogni aspetto del quotidiano era regolato da rigide forme tributarie: il matrimonio, la nascita di un figlio, la morte di un congiunto. Era soggetto a imposta chi piantava un nuovo albero in cortile, chi deteneva animali domestici, chi possedeva vasi di fiori, chi metteva un campanello al bestiame. C’erano tasse per le festività religiose: poter ballare, far rullare il tamburo e suonare il campanello aveva un prezzo. Tasse ulteriori erano destinate per la carcerazione e la scarcerazione. Chi si spostava da un luogo all’altro doveva versare una tassa di transito. Perfino i mendicanti e i disoccupati non erano esenti dal dover versare un contributo. Quando la gente non era in grado di pagare, i monasteri prestavano denaro con interesse oscillante tra il 20% e il 50%; qualora l'obbligo non fosse estinto, il debitore era costretto in un periodo di schiavitù da parte del monastero. Risulta piuttosto evidente come, nel Tibet feudale, i debiti e conseguentemente la schiavitù avessero natura ereditaria. Le dottrine pedagogiche della teocrazia furono funzionali e responsabili nell’appoggio di questa pratica sociale classista. Fu insegnato ai poveri e agli afflitti che i propri guai erano causa del comportamento sciocco e immorale che avevano perpetrato nel corso delle loro vite precedenti. Dovevano quindi accettare la miseria della loro esistenza presente come espiazione, così da migliorare la loro reincarnazione futura. I ricchi consideravano d’altro canto, la loro fortuna come una ricompensa per una condotta diligente e per la loro virtù esistenziale. La struttura in caste si manifesta anche dopo la morte: il corpo degli aristocratici veniva cremato o inumato, i corpi della massa venivano dati in pasto agli avvoltoi. L’Herald Tribune ha descritto accuratamente come, durante i funerali di plebei, fosse il sacerdote a staccare la carne del cadavere pezzo per pezzo per facilitare il compito degli avvoltoi. La descrizione era minuziosa e seguita da uno studioso che spiegava tutto in chiave ecologica. Lo stesso studioso si guardò però bene dall’affermare perché ad un simile contributo abbiano dovuto contribuire soltanto i plebei. Nel Tibet del Dalai Lama, la tortura e la mutilazione, compresa l’asportazione dell’occhio e della lingua, l’azzoppamento e l’amputazione delle braccia e delle gambe, erano le punizioni principali destinate a ladri, servi fuggiaschi e ad altre forme di dissenso verso il potere. Dato che infliggere la morte è contrario alla dottrina buddista, le vittime venivano frustate severamente e poi “abbandonate a Dio”, vale a dire costrette a morire nella gelida notte dell’altopiano. Alcuni monasteri detenevano prigioni private. Con la liberazione della regione da parte del governo cinese, emersero particolari raccapriccianti. Nelle segrete dei conventi erano presenti manette di tutte le taglie (comprese quelle di piccola misura per bambini), strumenti per mozzare nasi e orecchie, altri per spezzare mani. Per strappare gli occhi era disponibile uno speciale copricapo di pietra provvisto di due fori, che veniva premuto sulla testa per far si che gli occhi potessero gonfiare e deformarsi, fuoriuscendo dalle orbite; tutto questo per semplificare e velocizzare l’asportazione. Erano presenti congegni per tagliare le rotule e i talloni, per azzoppare, tizzoni ardenti, scudisci e strumenti speciali per sventrare. Va anche aggiunto che dalla liberazione del Tibet da parte dei comunisti a oggi, la speranza di vita degli abitanti della regione è salita da 35 a 69 anni. Un successo non da poco se si considera che sotto la teocrazia gli unici farmaci disponibili erano costituiti dall’urina e la saliva dei monaci. Seguendo l’esempio dei loro compagni tibetani, a cui sono legati da secoli, i contadini nepalesi sono insorti nel 1996 per liberarsi dagli stessi rapporti di tipo feudale che avevano amministrato anche la regione a nord della loro. Ciò che generalmente oggi viene dimenticato è che, negli anni ’30, i nazisti, e fra costoro il Reichfuhrer delle SS Heinrich Himmler ritenevano il Tibet come luogo santo dei sopravvissuti della perduta Atlantide e sito originario della “pura razza nordica”. All’età di 11 anni il già designato Dalai Lama ricevette l’amicizia di Heinrich Harrer, membro del partito nazista e ufficiale delle SS. Al di là dello stereotipo presentato nel film hollywoodiano interpretato da Brad Pitt, Harrer era un membro ai vertici delle SS quando divenne insegnante incaricato di impartire lezioni alla giovane autorità religiosa “sul mondo esterno al Tibet”. I due rimasero amici fino alla morte dell'austriaco, nel 2006. Nonostante si sia sempre presentato come difensore dei diritti umani, per cui vinse il premio nobel per la pace nel 1989 - successo che pensò giustamente di onorare mediante l’appoggio ai bombardamenti Nato sulla Jugoslavia - il Dalai Lama ha sempre continuato a frequentare e ha avuto come consiglieri i membri dell’ex aristocrazia tibetana; un’aristocrazia che considera il Dalai Lama come unica eterna (per via delle sue reincarnazioni naturalmente) ed indiscussa autorità religiosa e temporale, un’aristocrazia che auspica caldamente il ritorno al Tibet prerivoluzionario. Se l’appoggio incondizionato alla CIA e il prezzolamento di cui ho parlato nel paragrafo precedente non dovesse bastare, la frequentazione di ambienti reazionari da parte del “grande oceano” ha avuto altri picchi di “internazionalismo”. Nel 1999, insieme a Margareth Tatcher, papa Giovanni Paolo II e George Bush senior, il Dalai Lama ha fatto appello al governo britannico per liberare l’ex dittatore fascista cileno Augusto Pinochet, sollecitando che fosse inviato in Cile, anziché in Spagna, dove lo attendeva un processo per crimini contro l’umanità. Oggi, principalmente attraverso il “Fondo per lo sviluppo della democrazia” e altri canali rami della CIA, il Congresso statunitense continua a assegnare 2 milioni di dollari annui ai tibetani in India, con altri milioni supplementari per le “attività democratiche” all’interno della comunità tibetana in esilio. Il Dalai Lama ottiene anche sostentamento dal finanziere George Soros, sovvenzionatore della Radio Free Europa-Radio Liberty di proprietà della CIA, e aveva strettissimi rapporti con il capo del partito nazionalsocialista cileno, Miguel Serrano, fautore dell’hitlerismo esoterico.
Lughi comuni
Se il quotidiano Le Monde ha stimato che la Cina è il paese con il più alto tasso di luoghi comuni al mondo, la regione del tibetana è certamente uno dei maggiori produttori del paese. Proprio attraverso la costruzione di una strategia di disinformazione nel corso degli anni, gli ambienti reazionari e monastici, sponsorizzati dal denaro statunitense, hanno cercato di giustificare le loro azioni di destabilizzazione interna contro uno stato sovrano: la Cina. La più palese falsificazione riguarda la pretesa di indipendenza tibetana. Nella realtà dei fatti nessun paese, ne l’ONU, riconosce uno status di indipendenza al Tibet. In aggiunta a questo, da 250 anni a questa parte qualsiasi governo cinese: sia quello imperiale, sia quello del Kuomintang, che quello comunista hanno sempre considerato l’area come parte integrante dello territorio cinese. Nel 1949 il dipartimento di stato americano pubblicò un libro sulle relazioni USA-Cina a cui accluse una mappa in cui sia il Tibet che Taiwan figuravano come parti integranti del paese asiatico. Con l’avvento dei comunisti al potere, anche le cartine geografiche cambiarono e ogni espediente si dimostrò essere lecito per indebolire la sovranità nazionale cinese. Risulta dunque abbastanza chiaro che quella che viene celebrata da Hollywood come un’occupazione militare, non sia altro che il naturale consolidamento territoriale di un esercito vincitore al termine di una sanguinosa guerra civile. Il Dalai Lama è appoggiato all’unanimità dalla popolazione Tibetana? A darci una risposta, parlando dei fatti del ‘56 è il testo più anticinese e anticomunista che sia mai stato scritto: Il libro nero del comunismo, all’interno del quale gli autori si sono scagliati contro la plebe tibetana colpevole di “essersi collegata subito col regime comunista” e che, anche all’interno di ampi settori buddisti, la strategia del Dalai Lama non fu condivisa al punto che alcuni monaci offrirono supporto ai comunisti. A questo dato va aggiunto quello di una considerazione che nega statisticamente l’assioma secondo cui il Dalai Lama risulti essere una sorta di papa del buddismo mondiale. Il 6% della popolazione mondiale è buddista; di questo sei per cento il Dalai Lama non è rappresentante del buddismo zen giapponese, ne di quello del sudest asiatico, tantomeno di quello cinese. Tirando le somme, il buddismo tibetano rappresenta soltanto 1/60 del 6% mondiale, di questa frazione esistono quattro scuole: una soltanto tra queste, quella dei berretti gialli (gelugpa), fa riferimento al Dalai Lama. Oltre a non esser stata condivisa da alcuni settori religiosi tibetani, la sua causa non ha mai ottenuto l’unanimità neanche tra i buddisti all’estero. Non molti sapranno che nel 1992 questa figura è stata oggetto di manifestazioni ostili da parte della più grande organizzazione buddista presente in Gran Bretagna che lo accusa di essere un “dittatore spietato” e un “oppressore della causa religiosa”. Per quanto riguarda la denuncia del Dalai Lama a riguardo di un presunto genocidio da parte cinese emergono dati di falsificazioni palesi quanto inquietanti. Patrick French, mentre era direttore della “Free Tibet Campaign” (Campagna per l’indipendenza del Tibet) in Inghilterra fu il primo a consultare gli archivi del governo tibetano in esilio. Le conclusioni da lui tratte lo portarono a notare l’evidente falsificazione dei dati. Conclusioni che portarono French a consegnare immediatamente le dimissioni per le campagne di indipendenza del Tibet. Nelle testimonianze raccolte da Gyalo Thondrup, fratello del Dalai Lama e agente della CIA, French constatò che le cifre dei morti erano state aggiustate in seguito. Mentre la cifra di 1,2 milioni di tibetani uccisi dalle autorità cinesi, faceva il giro del mondo, French notava che – ad esempio – i dati di uno stesso scontro armato venivano registrati cinque volte. Il giornalista affermò inoltre che tutte le cifre di cui era in possesso riguardavano soltanto la popolazione maschile della regione. Riteneva impossibile che fossero presenti 1,5 milioni di tibetani maschi all’epoca perchè un dato simile non sarebbe stato più elevato di oggi, periodo in cui – sia per i monaci in esilio, che per il governo cinese – gli abitanti della regione risultano essere 6 milioni di individui, cioè circa due volte quella del 1954. I dati di alcuni osservatori internazionali (Banca mondiale e Organizzazione mondiale della sanità) confermano queste cifre; nonostante la manifesta incongruenza matematica tuttoggi il Dalai Lama continua a pretendere che 1,2 milioni di tibetani siano morti a causa dei cinesi.
Un importante tassello geopolitico
E' necessario adesso avviare una riflessione sulle motivazioni che si intrecciano con la campagna di destabilizzazione cinese. Per la Cina, la regione tibetana ha un alto valore strategico, non soltanto per il comprovato potenziale militare che la sua altitudine può offrire in ambito di guerra missilistica, ne solo per la dislocazione geografica a ridosso con l'India, il più recente alleato anticinese di Washington, ma anche per le ingenti risorse sia naturali che quest'area possiede. Il Tibet contiene tra i più ricchi ed estesi giacimenti di uranio, litio e di borace al mondo, costituisce il primato asiatico per quanto concerne i giacimenti di rame e ha più di 80.000 miniere d'oro. Le foreste tibetane, inoltre, costituiscono la maggiore riserva di legname cinese. Nel Bacino del Quidam, al confine con la regione autonoma del Xinjiang esiste una vasta regione petrolifera e mineraria nota come “il bacino del tesoro”. Quest'area contiene 57 tipi diversi di risorse minerarie con giacimenti comprovati di petrolio, gas naturale, carbone, sale grezzo, potassio, magnesio, piombo, sinzo ed oro. Questi siti minerari hanno un valore economico potenziale di 15 milioni di yuan (1,8 bilioni di dollari). A questo va aggiunto che la collocazione “sul tetto del mondo” rende l'area tibetana la più importante riserva d'acqua del pianeta. Dal Tibet nascono le sorgenti dei sette fiumi più grandi dell'Asia, che soddisfano il fabbisogno idrico di 2 miliardi di persone. Chi controlla l'acqua di questa regione ha in mano il deterrente geopolitico più importante di tutta l'Asia. Risulta a questo punto evidente che l'area sia un tassello cruciale per intensificare la destabilizzazione del concorrente da parte dell'amministrazione americana. Gli altri elementi di questa strategia sono: il tentativo di accendere una rivoluzione “zafferano” nel Myanmar, la dislocazione di truppe Nato sotto comando USA in Darfur (dove le compagnie petrolifere cinesi stanno sviluppando risorse di petrolio potenzialmente enormi), il contrasto ai rapporti economici che la Cina sta sviluppando nel resto dell'Africa, il tentativo di trasformazione dell'India nella più importante base avanzata in Asia, la creazione di tensioni in Uzbekistan e Kyrgigystan per far crollare gli importanti corridoi energetici verso il Kazakhstan.
Fonte: Essere Comunisti Toscana, 4 marzo 2009
http://www.esserecomunisti.toscana.it/wp-content/uploads/2009/03/la-questione-tibetana.pdf
05 Dicembre 2008
23 Novembre 2008
Gheorghi Dimitrov, intervento al VII Congresso dell'Internazionale Comunista
 IL CARATTERE DI CLASSE DEL FASCISMO
Il fascismo al potere, come lo ha giustamente definito la XIII sessione plenaria del Comitato Esecutivo dell'Internazionale Comunista, è la dittatura terroristica aperta degli elementi più reazionari, più sciovinisti e più imperialisti del capitale finanziario. La variante più reazionaria del fascismo di tipo tedesco che si definisce impudentemente nazionalsocialismo, senza aver nulla di comune con il socialismo. Il fascismo hitleriano non è soltanto nazionalismo borghese: è sciovinismo bestiale. È un sistema governativo di banditismo politico, un sistema di provocazione e di tortura ai danni della classe operaia e degli elementi rivoluzionari contadini, della piccola borghesia e degli intellettuali. È barbarie, è ferocia medievale. È l'aggressione sfrenata contro gli altri popoli e gli altri paesi. Il fascismo tedesco scende in campo come reparto d'assalto della controrivoluzione internazionale, come principale fomentatore della guerra imperialistica come iniziatore della crociata contro l'Unione dei Soviet, la grande patria dei lavoratori di tutto il mondo. Il fascismo non è una forma di potere statale che sta “al di sopra di tutte e due le classi, del proletariato e della borghesia “, come ha affermato, ad esempio, Otto Bauer. Non è la "piccola borghesia insorta che si è impadronita della macchina statale”, come afferma il socialista inglese Brailsford. No! Il fascismo non è né un potere al di sopra delle classi, né il potere della piccola borghesia o del sottoproletariato sul capitale finanziario. Il fascismo è il potere dello stesso capitale finanziario. È la organizzazione della repressione terroristica contro la classe operaia e contro la parte rivoluzionaria dei contadini e degli intellettuali. Il fascismo, in politica estera, è lo sciovinismo nella sua forma più rozza, lo sciovinismo che coltiva l'odio bestiale contro gli altri popoli. E’ necessario sottolineare con grande forza specialmente questo carattere reale del fascismo, perché, ammantandosi di demagogia sociale, il fascismo ha potuto trascinare al suo seguito, in parecchi paesi, le masse della piccola borghesia disorientata dalla crisi ed anche una parte degli strati arretrati del proletariato, i quali non avrebbero mai seguito il fascismo se ne avessero compreso il reale carattere di classe, la vera natura. Lo sviluppo del fascismo e la stessa dittatura fascista assumono forme diverse nei diversi paesi, a seconda delle condizioni storiche, sociali e politiche, nonché delle particolarità nazionali e della posizione internazionale dei singoli paesi. In alcuni paesi, prevalentemente laddove non ha una base di massa estesa e dove la lotta tra i singoli gruppi nel campo stesso della borghesia fascista è abbastanza forte, il fascismo non si decide a liquidare senz'altro il parlamento e lascia agli altri partiti borghesi e anche alla socialdemocrazia un certo margine di legalità. In altri paesi, dove la borghesia dominate teme uno scoppio imminente della rivoluzione, il fascismo instaura il suo monopolio politico illimitato, o di colpo, o intensificando sempre più il nei momenti in cui la situazione è particolarmente grave, tenti di allargare la sua base e di combinare la dittatura terroristica aperta con una grossolana falsificazione del parlamentarismo, senza modificare la propria essenza di classe. L'avvento del fascismo al potere non è l'ordinaria sostituzione di un governo borghese con un altro, ma è il cambiamento di una forma statale del dominio di classe della borghesia - la democrazia borghese - con un'altra sua forma, con la dittatura terroristica aperta. Ignorare questa distinzione sarebbe un gravissimo errore. Ciò impedirebbe al proletariato rivoluzionario di mobilitare i più larghi strati di lavoratori della città e della campagna per la lotta contro la minaccia del potere da parte dei fascisti e anche di utilizzare le contraddizioni che esistono nel campo stesso della borghesia. Ma è errore non meno grave e pericoloso sottovalutare l'importanza che hanno per l'instaurazione della dittatura fascista le misure reazionarie della borghesia che sono oggi aggravate nei paesi dì democrazia borghese, che sopprimono le libertà democratiche dei lavoratori, falsificano e restringono i diritti del parlamento, intensificano la repressione contro il movimento rivoluzionario. Non si può, compagni, immaginare l'ascesa al potere del fascismo in modo semplice e piano, come se un comitato qualsiasi del capitale finanziario decidesse di instaurare la dittatura fascista a una data fissa. In realtà il fascismo giunge ordinariamente al potere attraverso una lotta, talvolta acuta, con i vecchi partiti borghesi o con una determinata parte di essi, attraverso una lotta nel campo fascista stesso, lotta che, in qualche caso, giunge fino a conflitti armati, come abbiamo visto in Germania, in Austria e in altri paesi. Tutto ciò non diminuisce comunque l'importanza del fatto che, prima della instaurazione della dittatura fascista, i governi borghesi, ordinariamente, attraversano una serie di tappe preparatorie ed instaurano una serie di misure reazionarie, le quali favoriscono direttamente l'ascesa del fascismo al potere. Chi non lotta durante queste tappe preparatorie contro le misure reazionarie della borghesia e contro il fascismo, non è in grado di impedire, anzi facilita, la vittoria del fascismo. I capi della socialdemocrazia attenuarono e nascosero alle masse il carattere di classe del fascismo e non le chiamarono a lottare contro le misure reazionarie, sempre più gravi, della borghesia. Essi hanno la grande responsabilità storica del fatto che una parte considerevole delle masse lavoratrici in Germania e in parecchi altri paesi fascisti non riconobbero nel fascismo il loro più spietato nemico, il predone della finanza, avido di sangue, e non furono pronte a reagire. Qual è l'origine dell'influenza del fascismo sulle masse? Il fascismo riesce ad attirare una parte delle masse perché fa appello demagogicamente ai loro bisogni e alle loro aspirazioni più sentite. Il fascismo non attizza soltanto i pregiudizi profondamente radicati nelle masse, ma specula anche sui migliori sentimenti delle masse, sul loro senso di giustizia e qualche volta persino sulle loro tradizioni rivoluzionarie. Perché i fascisti tedeschi, questi lacché della grande borghesia, nemici mortali del socialismo, si spacciano per “socialisti" davanti alle masse e presentano la loro ascesa al potere come una “rivoluzione"? Perché tentano di sfruttare la fede nella rivoluzione e l'aspirazione al socialismo che vivono nei cuori delle grandi masse lavoratrici della Germania. Il fascismo agisce nell'interesse degli imperialisti più sfrenati, ma si presenta di fronte alle masse sotto la maschera di difensore della nazione offesa e si richiama al sentimento nazionale ferito. Come, ad esempio, il fascismo tedesco, che ha trascinato dietro di sé le masse piccolo borghesi con la parola d'ordine: " Contro Versailles! Il fascismo tende allo sfruttamento più sfrenato delle masse, ma le avvicina con un abile demagogia anticapitalistica, sfruttando l'odio profondo che i lavoratori nutrono contro la borghesia rapace, contro le banche, i trust e i magnati della finanza, e lancia le parole d'ordine più suggestive, in questo momento, per le masse politicamente immature. In Germania, -“ il bene comune al di sopra di quello privato”; in Italia, " il nostro non è uno stato capitalista, ma uno stato corporativo”; nel Giappone, " per un Giappone senza sfruttamento”; negli Stati Uniti d'America, "per la spartizione delle ricchezze”, ecc., ecc. Il fascismo abbandona il popolo alla crudeltà degli elementi venali più corrotti, ma si presenta al popolo con la rivendicazione di un “potere onesto ed incorruttibile”. Il fascismo specula sul profondo sentimento di delusione suscitato nelle masse dai governi della democrazia borghese e si mostra ipocritamente indignato contro la corruzione (ad esempio gli affari Barmat e Sklarek in Germania, l'affare Staviski in Francia e molti altri). Nell'interesse dei gruppi più reazionari della borghesia, il fascismo si accaparra le masse deluse che si staccano dai vecchi partiti borghesi. Ma suggestiona queste masse con la violenza dei suoi attacchi contro i governi borghesi, con il suo atteggiamento intransigente verso i vecchi partiti della borghesia. Superando nel cinismo e nell'ipocrisia tutte le altre varietà di reazione borghese, il fascismo adatta la sua demagogia alle particolarità nazionali di ogni paese ed anche alle particolarità dei diversi strati sociali di uno stesso paese. E le masse della piccola borghesia, e persino una parte degli operai ridotti alla disperazione dalla miseria, dalla disoccupazione e dalla precarietà della loro esi-stenza, cadono vittime della demagogia sociale e sciovinista del fascismo. Il fascismo giunge al Potere come partito d'assalto contro il movimento rivoluzionario del proletariato, contro la massa popolare in fermento; ma presenta la sua ascesa al potere come un movimento rivoluzionario contro la borghesia, in nome di “tutta la nazione” e per la “salvezza” della nazione (ricordiamo la “marcia” su Roma di Mussolini, la marcia di Pilsudski su Varsavia, la “rivoluzione” nazionalsocialista di Hitler in Germania, ecc.). Ma qualunque sia la maschera sotto cui il fascismo si nasconde, quali che siano le forme nelle quali si presenta, quali che siano le vie per le quali giunge al potere, il fascismo è la più feroce offensiva del capitale contro le masse lavoratrici; il fascismo è lo sciovinismo sfrenato e la guerra di conquista; il fascismo è forsennata reazione e controrivoluzione; il fascismo è il peggior nemico della classe operaia e di tutti i lavoratori!
Il fascismo aveva promesso agli operai un "salario equo”: in realtà ha apportato loro un livello di vita ancora più basso, ancor più miserabile. Aveva promesso lavoro ai disoccupati: in realtà ha dato loro tormenti ancora più duri della fame, il lavoro forzato, da schiavi. In realtà il fascismo trasforma gli operai e i disoccupati in pària della società capitalista, privi di qualsiasi diritto; distrugge i loro sindacati, li priva della libertà di sciopero e della stampa operaia, li costringe ad entrare nelle sue organizzazioni, dilapida i fondi delle loro assicurazioni sociali e trasforma le fabbriche e le officine in caserme nelle quali regna l'arbitrio sfrenato dei capitalisti. Il fascismo aveva promesso alla gioventù lavoratrice di aprirle un'ampia via verso un brillante avvenire. In realtà le ha recato i licenziamenti in massa dei giovani dagli stabilimenti, i campi di lavoro e l'incessante addestramento milItare per la guerra di conquista. Il fascismo aveva promesso agli impiegati, ai funzionari subalterni, agli intellettuali di assicurar loro l'esistenza, di distruggere l'onnipotenza dei trust e le speculazioni del capitale bancario. In realtà ha portato loro una incertezza e una sfiducia ancora maggiori nel domani, li ha sottoposti a una burocrazia composta dei suoi più docili partigiani, ha instaurato la dittatura insopportabile dei trust, ha seminato in proporzioni inaudite la corruzione e la decomposizione. Il fascismo aveva promesso ai contadini, rovinati, ridotti alla fame, la soppressione del giogo dei debiti, l'abolizione degli affitti e persino la cessione, senza indennizzo, delle terre dei latifondisti ai contadini immiseriti e senza terra. In realtà ha instaurato un asservimento inaudito del contadino lavoratore ai trust e all'apparato statale fascista, e spinge ai limiti estremi lo sfruttamento delle larghe masse dei contadini da parte dei latifondisti, delle banche e degli usurai. - La Germania sarà un paese contadino o cesserà d'esistere - ha dichiarato solennemente Hitler. E che cosa hanno ricevuto i contadini, in Germania, sotto il potere di Hitler? La moratoria, che è già stata annullata? Oppure la legge sull'ereditarietà delle aziende contadine, che scaccia dalla campagna milioni di figli e di figlie di contadini e ne fa dei mendicanti? I braccianti agricoli sono stati ridotti alla condizione di semiservi, privati persino del diritto elementare di trasferirsi liberamente altrove. Ai contadini è stata tolta la possibilità di vendere sul mercato i prodotti della loro azienda. E in Polonia?
“I contadini polacchi - scrive il giornale polacco Czas (Il tempo) - si servono di sistemi e di mezzi che erano in uso forse soltanto nel Medioevo: lasciano covare il fuoco nella stufa e lo prestano ai vicini, dividono i fiammiferi in parecchie parti, si prestano l'un l'altro dei residui di acqua insaponata sporca, fanno bollire l'acqua nei barili di aringhe per trarne il sale. Questa non è una favola, ma è la situazione reale della campagna, situazione di cui ciascuno può accertarsi”. E queste cose, compagni, sono scritte non già da comunisti, bensì da un giornale reazionario polacco! Ma siamo ancora ben lungi dall'aver detto tutto. Ogni giorno, nei campi di concentramento della Germania fascista, nei sotterranei della Gestapo, nelle galere polacche, nei posti di polizia bulgari e finlandesi, nella Glavniacia di Belgrado, nella Siguranza rumena, nelle isole di confino italiane, i migliori figli della classe operaia, i contadini rivoluzionari, i combattenti per un avvenire migliore dell'umanità sono sottoposti a violenze e ad insulti così ripugnanti, da far impallidire le azioni più infami dell'Okhrana zarista. Lo scellerato fascismo tedesco riduce a un ammasso sanguinolento il marito in presenza della moglie, spedisce per pacco postale alle madri le ceneri dei figli uccisi. La sterilizzazione è trasformata in strumento di lotta politica. Nelle camere di tortura, ai prigionieri antifascisti si iniettano a viva forza delle sostanze velenose, si spezzan loro le braccia, si cavan loro gli occhi; essi vengono strangolati, affogati, si incide loro sulla carne viva l'emblema fascista. Ho davanti a me i dati statistici forniti dal Soccorso Rosso Internazionale sul numero degli uccisi, dei feriti, degli arrestati, degli storpiati e dei torturati in Germania, in Polonia, in Italia, in Austria, in Bulgaria, in Jugoslavia. Nella sola Germania, gli operai, i contadini, gli impiegati, gli intellettuali antifascisti, comunisti, socialdemocratici, membri delle organizzazioni cristiane di opposizione, uccisi dal momento dell'ascesa al potere dei nazionalsocialisti, sono più di 4.200; gli arrestati 357.300, di cui 218.600 sono stati feriti e sottoposti a torture strazianti. In Austria, il governo fascista “cristiano” dal momento dei combattimenti di febbraio dell'anno scorso ha ucciso 1.900 operai rivoluzionari, ne ha feriti e mutilati 10.000 e ne ha arrestati 40.000. E questi dati, compagni, sono ben lungi, dall'essere completi. Mi è difficile trovare le parole per esprimere tutta l'indignazione che si impadronisce di noi all'idea delle torture cui vengono sottoposti oggi i lavoratori di molti paesi fascisti. Le cifre e i fatti che citiamo non riflettono neanche la centesima parte del quadro reale dello sfruttamento e delle sofferenze senza limiti che il terrore bianco infligge quotidianamente alla classe operaia dei diversi paesi capitalisti. Nessun libro può dare un'idea chiara delle innumerevoli crudeltà commesse dal fascismo sui lavoratori. Con profonda commozione e con odio profondo contro i carnefici fascisti, noi inchiniamo le bandiere dell'Internazionale Comunista dinanzi alla memoria imperitura dei compagni tedeschi Johann Scheer, Fiete Schulze e Lùttgens, dei compagni austriaci Koloman Wallisch e Mùnichreiter, dei compagni ugheresi Sciallai e Furst, dei compagni bulgari Kofargiev, Liutibrodski e Voikov, alla memoria delle migliaia di operai, di contadini, di rappresentanti degli intellettuali progressisti, comunisti, socialdemocratici e senza partito, che hanno dato la vita nella lotta contro il fascismo. Dalla tribuna di questo Congresso, noi salutiamo il capo del proletariato tedesco, il presidente onorario del nostro Congresso, il compagno Thàlmann (applausi fragorosi; tutti si alzano). Salutiamo i compagni Rakosi, Gramsci (applausi fragorosi; tutti si alzano), Antikainen, Jonko Panov. Salutiamo il capo dei socialisti spagnuoli, Largo Caballero, gettato in prigione dai controrivoluzionari, Tom Mooney, che già da 18 anni langue in prigione, e le migliaia di altri prigionieri del capitale e del fascismo (applausi fragorosi). E noi diciamo loro: - Fratelli di lotta, fratelli d’arme! Voi non siete dimenticati. Noi siamo con voi. Daremo ogni ora della nostra vita, ogni goccia del nostro sangue per la vostra liberazione e per la liberazione di tutti i lavoratori dall'infame regime fascista (applausi scroscianti; tutta la sala è in piedi). Compagni! Lenin ci aveva già avvertiti che la borghesia può riuscire a scatenare contro i lavoratori un feroce terrore e a respingere per un periodo dì tempo più o meno breve le forze crescenti della rivoluzione, ma che, ciononostante, non si salverà dalla rovina.
La vita - scriveva Lenin - fa valere i suoi diritti. La borghesia può dibattersi, esasperarsi, fino a perdere la ragione; può esagerare, commettere sciocchezze, vendicarsi a priori dei bolscevichi, e ammazzare a centinaia, a migliaia, a centinaia di migliaia i bolscevichi di ieri e di domani (in India, in Ungheria, in Germania, ecc.) . Nell'agire così la borghesia agisce come agirono tutte le classi condannate a morte dalla storia. I comunisti devono sapere che in ogni caso l'avvenire appartiene loro; e quindi noi possiamo (e dobbiamo) unire la massima passione nella grande lotta rivoluzionaria con la valutazione più fredda spassionata dei furibondi sussulti della borghesia”. (L’estremismo malattia infantile del comunismo, in Lenin, Opere scelte in due volumi, Mosca., Ediz. in lingue estere, 1948, voI. II, p. 610).
Sì, se noi e il proletariato di tutto il mondo seguiremo senza deviare la via tracciata da Lenin, la borghesia, malgrado tutto, perirà! (applausi). Perché e in qual modo il fascismo ha potuto vincere? Il fascismo è il peggior nemico della classe operaia e dei lavora- tori. Il fascismo è il nemico dei nove decimi del popolo tedesco, dei nove decimi del popolo austriaco, dei nove decimi degli altri popoli dei paesi fascisti. Come, in qual modo, questo acerrimo nemico ha potuto vincere? Il fascismo è potuto giungere al potere prima dì tutto perché la classe operaia, a causa della politica di collaborazione di classe dei capi socialdemocratici con la borghesia, si trovò divisa, disarmata politicamente ed organizzativamente di fronte alla borghesia che passava all'offensiva. E i partiti comunisti non erano abbastanza forti per salvare le masse, senza e contro la socialdemocrazia, e condurle alla battaglia decisiva contro il fascismo. Infatti, i milioni di operai socialdemocratici, i quali oggi insieme ai loro fratelli comunisti subiscono gli orrori della barbarie fascista, devono riflettere seriamente: se nel 1918, quando scoppiò la rivoluzione in Germania e in Austria, il proletariato austriaco e quello tedesco non avessero seguito la direzione socialdemocratica di Otto Bauer, Federico Adler e Renner in Ausiria, di Ebert e di Scheidemann in Germania, ma avessero invece seguito la via dei bolscevichi russi, la via di Lenin e di Stalin, oggi non esisterebbe il fascismo né in Austria né in Germania, né in Italia, né in Ungheria, né in Polonia, né nei Balcani. Non la borghesia, ma la classe operaia sarebbe da molto tempo padrona della situazione in Europa. (Applausi). Prendiamo, per esempio, la socialdemocrazia austriaca. La rivoluzione del 1918 le fece compiere un prodigioso balzo in avanti. Essa aveva il potere nelle mani, aveva salde posizioni nell'esercito, nell'apparato statale. Grazie a queste posizioni avrebbe potuto distruggere in germe il fascismo nascente. Ma cedette una dopo l'altra, senza resistenza, le posizioni della classe operaia. Permise alla borghesia di rafforzare il proprio potere, di abrogare la costituzione, di epurare l'apparato statale, l'esercito e la polizia dai militanti socialdemocratici, di strappare le armi agli operai. Essa permise ai banditi fascisti di assassinare impunemente gli operai socialdemocratici, accettò le condizioni del patto Huttenberg, il quale aprì le porte delle officine agli elementi fascisti. Nello stesso tempo, i capi della socialdemocrazia prendevano in giro gli operai con il programma di Linz, che prevedeva, come alternativa, la eventualità della violenza armata contro la borghesia e della instaurazione della dittatura del proletariato, assicurando agli operai stessi che il partito avrebbe proclamato lo sciopero generale e la lotta armata se le classi dirigenti fossero ricorse alla violenza contro la classe operaia. Come se tutta la politica di preparazione all'attacco fascista non fosse un susseguirsi di violenze, coperte di forme costituzionali, contro la classe operaia! Persino alla vigilia delle lotte di febbraio, e nel corso della battaglia, la direzione della socialdemocrazia austriaca lasciò isolato dalle grandi masse lo Schutzbund (Lega di difesa, organizzazione paramilitare della socialdemocrazia austriaca) che lottava eroicamente, e condannò il proletariato austriaco alla sconfitta. Era forse inevitabile la vittoria del fascismo in Germania? No, la classe operaia tedesca poteva impedirla. Ma per poterla impedire avrebbe dovuto riuscire a formare il fronte unico proletario antifascista, avrebbe dovuto costringere i capi della socialdemocrazia a cessare la campagna contro i comunisti e ad accettare le reiterate proposte del Partito comunista per l'unità di azione contro il fascismo. Di fronte all'offensiva del fascismo e alla liquidazione graduale delle libertà democratiche borghesi, la classe operaia non avrebbe dovuto accontentarsi delle proteste verbali della socialdemocrazia, ma rispondere con una vera e propria lotta di massa, che avrebbe ostacolato la realizzazione dei piani fascisti della borghesia tedesca. Avrebbe dovuto impedire che il governo Braun-Severing sciogliesse l'Unione dei combattenti rossi, e stabilire un saldo collegamento di lotta tra questi e i membri del Reichsbanner (Lega della “Bandiera del Reich", organizzazione paramilitare di massa della socialdemocrazia.) che erano quasi un milione, costringendo Braun e Severing ad armare gli uni e gli altri per resistere alle bande fasciste e schiacciarle. Essa avrebbe dovuto costringere i capi della socialdemocrazia, che erano alla testa del governo della Prussia, a prendere misure per difendersi contro il fascismo, ad arrestare i capi fascisti, a sopprimere la loro stampa, a confiscare i loro mezzi materiali e i mezzi dei capitalisti che sussidiavano il movimento fascista, a sciogliere le organizzazioni fasciste, a togliere loro le armi, ecc. Inoltre, essa avrebbe dovuto esigere il ripristino e l'allargamento di tutte le forme di assistenza sociale e l’introduzione della moratoria e dei sussidi per i contadini rovinati dalla crisi, coprendo le spese con una imposta sulle banche e sui trust, assicurandosi l'appoggio dei contadini lavoratori. Ciò non fu fatto, per colpa della socialdemocrazia tedesca, e per questa ragione il fascismo riuscì a vincere. Era forse inevitabile il trionfo della borghesia e della nobiltà in Spagna, in un paese nel quale le forze dell'insurrezione proletaria si combinano cosi favorevolmente con la guerra contadina? I socialisti spagnuoli erano al governo fin dai primi giorni della rivoluzione. Orbene, stabilirono forse il collegamento per la lotta comune fra le organizzazioni operaie di tutte le correnti politiche, compresi i comunisti e gli anarchici? Raggrupparono forse la classe operaia in un'unica organizzazione sindacale? Reclamarono forse la confisca delle terre dei latifondisti, della Chiesa e dei monasteri a favore dei contadini, allo scopo di conquistare questi ultimi alla rivoluzione? Sì provarono forse a lottare per l'autodecisione nazionale dei catalani, dei baschi, per la liberazione del Marocco? Procedettero forse all'epurazione dell'esercito dagli elementi monarchici e fascisti, per preparare il passaggio dell'esercito dalla parte degli operai e dei contadini? Sciolsero forse la guardia civile, odiata dal popolo, carnefice di tutti i movimenti popolai? Colpi- rono forse il partito fascista di Gil Robles, colpirono la potenza della Chiesa cattolica? No, essi non fecero nulla di tutto ciò! Essi respinsero le reiterate proposte dei comunisti per l'unità di azione contro l'offensiva della reazione borghese-latifondista e del fascismo. Promulgarono delle leggi elettorali che,permisero alla reazione la conquista della maggioranza delle Cortes, delle leggi che punivano i movimenti popolari, delle leggi in forza delle quali si processano oggi gli eroici minatori delle Asturie. Essi, con le armi della guardia civile, spararono sui contadini che lottavano per la terra; e via di seguito... La socialdemocrazia ha cosi aperto la strada al fascismo, sia in Germania che in Austria e in Spagna, disorganizzando e scindendo le file della classe operaia. Compagni, il fascismo ha vinto anche perché il proletariato si trovò isolato dai suoi alleati naturali. Il fascismo ha vinto perché è riuscito a trascinare con sé le grandi masse dei contadini, grazie alla politica sostanzialmente anticontadina condotta dalla socialdemocrazia a nome della classe operaia. Il contadino ha visto susseguirsi al potere una serie di governi socialdemocratici , i quali rappresentavano per lui il potere della classe operaia; ma nessuno di questi governi mise fine alla miseria dei contadini, nessuno diede ai contadini la terra. La socialdemocrazia in Germania non toccò i latifondisti, si oppose agli scioperi dei salariati agricoli e, per conseguenza, molto tempo prima che Hitler giungesse al potere, gli operai agricoli abbandonarono i sindacati riformisti e passarono per lo più agli “Elmetti di acciaio” e ai nazionalsocialisti. lì fascismo ha vinto anche perché è riuscito a penetrare tra la gioventù mentre la socialdemocrazia distoglieva la gioventù operaia dalla lotta dì classe e il proletariato rivoluzionario non svolgeva tra i giovani il necessario lavoro di educazione e non dedicava sufficiente attenzione ai loro interessi e ai loro bisogni specifici. Il fascismo ha fatto leva sul bisogno di attività combattiva, particolarmente acuto nei giovani, e ha attirato una parte considerevole della gioventù nelle sue quadre di combattimento. La nuova generazione della gioventù maschile e femminile non è passata attraverso gli orrori della guerra. Sente sulle sue spalle tutto il peso della crisi economica, della disoccupazione e della disgregazione della democrazia borghese. Privi di prospettive per l’avvenire, strati considerevoli di giovani si sono mostrati particolarmente sensibili alla demagogia fascista, che prometteva loro un avvenire allettante dopo la vittoria del fascismo. A questo proposito, non possiamo non rilevare anche una serie di errori dei partiti comunisti, errori che frenarono la nostra lotta contro il fascismo. Nelle nostre file si è verificata una intollerabile sottovalutazione del pericolo fascista, sottovalutazione che ancora non è superata dappertutto. Questa sottovalutazione che si verificava per il passato nei nostri partiti, si esprimeva nell'affermazione: “La Germania non è l'Italia", nel senso che il fascismo aveva potuto vincere in Italia, ma che la sua vittoria era da escludersi in Germania, dove l'industria e la cultura erano altamente sviluppate, dove esisteva una tradizione di 40 anni di movimento operaio e dove il fascismo era perciò impossibile. Cosi dicasi delle opinioni che si riscontrano attualmente e secondo le quali nei paesi della democrazia borghese "classica” il terreno non è adatto per il fascismo. Tali opinioni hanno potuto e possono contribuire a rallentare la vigilanza nei confronti del pericolo fascista e ad ostacolare la mobilitazione del proletariato nella lotta contro il fascismo. Si possono anche citare non pochi casi nei quali i comunisti furono colti di sorpresa dal colpo di stato fascista. Ricordate la Bulgaria, quando la direzione del nostro partito prese una posizione "neutrale" e, in sostanza opportunista, di fronte al colpo di stato del 9 giugno 1923; ricordate la Polonia, quando nel maggio 1926, la direzione del Partito comunista valutando in modo sbagliato le forze motrici della rivoluzione polacca, non seppe scoprire il carattere fascista del colpo di stato di Pilsudski e restò alla coda degli avvenimenti; ricordate la Finlandia, dove il nostro partito, mosso dal preconcetto di una fascistizzazione lenta e graduale, non vide giungere il colpo di stato fascista che il gruppo dirigente della borghesia preparava e che colse di sorpresa il partito e la classe operaia. Quando il nazionalsocialismo, in Germania, era già divenuto un minaccioso movimento di massa, certi compagni per i quali il governo di Brùning era già un governo di dittatura fascista, affermavano presuntuosarnente: <Se mai il “terzo impero" hitleriano verrà al mondo, verrà al mondo un metro e mezzo sotto terra e sopra vi sorgerà il potere operaio vittorioso>. I nostri compagni in Germania per molto tempo non tennero nella dovuta considerazione il sentimento nazionale offeso e la indignazione delle masse contro Versailles, trascurando le oscillazioni dei contadini e della piccola borghesia, si occuparono in ritardo del programma di liberazione sociale e nazionale, e quando lo presentarono non seppero adattarlo ai bisogni concreti e al livello delle masse, non seppero neanche popolarizzarlo largamente tra le masse stesse. In parecchi paesi lo sviluppo indispensabile della lotta di massa contro il fascismo fu sostituito da sterili ragionamenti sul carattere del fascismo “in generale” e da una ristrettezza settaria nella impostazione e nella soluzione dei compiti politici attuali del partito. Compagni, non è per il semplice desiderio di rovistare nel passato che noi parliamo delle cause della vittoria del fascismo e rileviamo la responsabilità storica della socialdemocrazia ed anche i nostri errori nella lotta contro il fascismo. Noi non siamo degli storici avulsi dalla vita; noi siamo dei combattenti della classe operaia e abbiamo l’obbligo di rispondere alla domanda che tormenta milioni di lavoratori: - È possibile, e per quali vie, impedire la vittoria del fascismo? - E a questi milioni di operai rispondiamo: - Sì, compagni, è possibile sbarrare la strada al fascismo! È del tutto possibile; ciò dipende da noi stessi, dagli operai, dai contadini, da tutti i lavoratori! La possibilità di prevenire la vittoria del fascismo dipende prima di tutto dalla combattività della classe operaia, dalla compattezza delle sue forze, strette in un unico battagliero esercito che lotti contro l'offensiva del capitale e del fascismo. Il proletariato, attuando l'unità per la lotta, paralizzerebbe l'influenza del fascismo sui contadini, sulla piccola borghesia urbana, sulla gioventù e sugli intellettuali, riuscirebbe a neutralizzarne una parte e ad attirare l'altra nel suo campo. In secondo luogo, ciò dipende dall'esistenza di un forte partito rivoluzionario che diriga in modo giusto la lotta dei lavoratori contro il fascismo. Un partito che spinga sistematicamente gli operai a ritirarsi di fronte al fascismo e permetta alla borghesia fascista di rafforzare le sue posizioni, un partito siffatto porta inevitabilmente gli operai alla sconfitta. In terzo luogo, ciò dipende dalla giusta politica della classe operaia rispetto ai contadini e alle masse piccolo-borghesi della città. Queste masse bisogna prenderle come sono e non come si vorrebbe che fossero. Soltanto nel corso della lotta esse elimineranno i loro dubbi e le loro esitazioni; soltanto con un atteggiamento paziente nei riguardi delle loro inevitabili esitazioni e con l'aiuto politico del proletariato esse perverranno a un grado più elevato di coscienza e di attività rivoluzionaria. In quarto luogo, ciò dipende dalla vigilanza e dall'azione tempestiva del proletariato rivoluzionario. Non dare la possibilità al fascismo di prenderci di sorpresa, non lasciargli l'iniziativa. vibrargli dei colpi decisivi quando non è ancora riuscito a raccogliere le sue forze, non permettergli di rafforzarsi, opporgli resistenza ad ogni passo, ovunque si manifesti, non permettergli la conquista di nuove posizioni, come cerca dì fare con successo il proletariato francese. (Applausi). Ecco le condizioni principali per impedire h sviluppo del fascismo e la sua andata al potere.
La dittatura fascista della borghesia è un potere feroce, ma instabile. In che cosa consistono le cause principali della instabilità del fascismo? Il fascismo, che si propone di superare le divergenze e le contraddizioni nel campo della borghesia, acuisce ancor di più queste contraddizioni. Il fascismo si sforza di instaurare il suo monopolio politico distruggendo con la violenza gli altri partiti politici. Ma l'esistenza del sistema capitalistico, l'esistenza di diverse classi e l’inasprimento delle contraddizioni di classe scuotono e fanno crollare inevitabilmente il monopolio politico del fascismo. Non è come nel paese dei Soviet, dove la dittatura del proletariato è attuata anch'essa da un partito che ha il monopolio, ma dove questo monopolio politico corrisponde agli interessi di milioni di lavoratori e poggia sempre più sulla costruzione della società senza classi. In un paese fascista, il partito dei fascisti non può conservare a lungo il suo monopolio, perché non è in grado di porsi il compito di distruggere le classi e le contraddizioni di classe. Distrugge l'esistenza legale dei partiti borghesi, ma parecchi di essi continuano ad esistere illegalmente. E il Partito comunista, anche nella illegalità, avanza, si tempra e dirige la lotta del proletariato contro la dittatura fascista. In questo modo, il monopolio politico del fascismo, sotto i colpi delle contraddizioni di classe, deve crollare. Un'altra causa dell'instabilità della dittatura fascista sta nel fatto che il contrasto tra la demagogia anticapitalistica del fascismo e la politica del più brigantesco arricchimento della borghesia monopolistica permette di smascherare più facilmente l'essenza di classe del fascismo e giunge a scalzare e a restringere la sua base di massa. La vittoria del fascismo suscita inoltre l'odio profondo e l'indignazione delle masse, favorisce lo sviluppo dello spirito rivoluzionario e dà un impulso potente al fronte unico del proletariato contro il fascismo. Il fascismo, facendo una politica di nazionalismo economico (autarchia) e assorbendo la maggior parte del reddito nazionale nella preparazione della guerra, mina tutta l'economia del paese ed acutizza la lotta economica tra gli stati capitalistici. Esso dà ai conflitti che sorgono in seno alla borghesia il carattere di scontri violenti, non di rado cruenti, e ciò mina la stabilità del potere statale agli occhi del popolo. Un potere che assassina i suoi propri aderenti, come è avvenuto il 30 giugno dell'anno scorso in Germania, un potere fascista contro il quale una parte della borghesia fascista lotta con le armi alla mano (putsch nazionalsocialista in Austria, attacchi violenti di alcuni gruppi fascisti contro il governo fascista in Polonia, in Bulgaria, in Finlandia e in altri paesi), è un potere che non può a lungo conservare la propria autorità agli occhi delle grandi masse piccolo-borghesi. La classe operaia deve saper utilizzare le contraddizioni e i conflitti che sorgono nel campo della borghesia, ma non deve illudersi che il fascismo si esaurisca da sé. Il fascismo non cade automaticamente. Soltanto l'attività rivoluzionaria della classe operaia permette di utilizzare i conflitti che sorgono inevitabilmente nel campo della borghesia per minare la dittatura fascista ed abbatterla. Il fascismo elimina gli ultimi resti della democrazia borghese, erige la violenza aperta a sistema di governo e scalza con ciò le illusioni democratiche e l'autorità delle leggi agli occhi delle masse lavoratrici. Questo avviene in special modo in quei paesi, come ad esempio l'Austria e la Spagna, dove gli operai si sono battuti contro il fascismo con le armi alla mano. La lotta eroica dello Schutzbund e dei comunisti in Austria, malgrado la sconfitta, ha scosso fin dal primo momento la solidità della dittatura fascista. In Spagna, la borghesia non è riuscita ad imporre il bavaglio fascista ai lavoratori. Grazie alle lotte armate che si sono svolte in Spagna e in Austria, la necessità della lotta di classe rivoluzionaria è compresa da masse sempre più larghe della classe operaia. Solo dei filistei incancreniti, dei lacchè della borghesia, come il più vecchio teorico della II Internazionale, Karl Kautsky, possono muover rimprovero agli operai dicendo che non bisognava prender le armi in Austria e in Spagna. Che cosa sarebbe oggi il movimento operaio in Austria e in Spagna, se la classe operaia di questi paesi avesse seguito i consigli di tradimento che Kautsky le dava? Una profonda demoralizzazione sarebbe penetrata nelle file della classe operaia.
“Ma la scuola della guerra civile - dice Lenin - non è vana per i popoli. E' una scuola difficile, ed in essa il corso completo comprende inevitabilmente le vittorie della controrivoluzione, l'orgia dei reazionari inferociti, il selvaggio castigo degli insorti per opera del vecchio potere, ecc. Ma soltanto i pedanti incurabili e le mummie rimbambite possono lamentarsi del fatto che i popoli sono entrati in questa scuola di sofferenze; questa scuola insegna alle classi oppresse come condurre la guerra civile, insegna come vince la rivoluzione, concentra nelle masse degli schiavi moderni quell'odio che si nasconde eternamente negli schiavi oppressi, ottusi, ignoranti, e che spinge alle gesta storiche più grandi gli schiavi coscienti dell'onta della loro schiavitù”. (Sostanze infiammabili nella politica mondiale pubblicato nel Proletari, n. 33, 5 agosto <23 luglio> 1908 - Lenin, Gli anni della reazione e del risveglio rivoluzionario, Roma, Edizioni Rinascita, 1950, p. 294).
La vittoria del fascismo in Germania ha scatenato, com’è noto, una nuova ondata offensiva del fascismo, la quale ha condotto alla provocazione di Dollfuss in Austria, a nuovi attacchi della controrivoluzione contro le conquiste rivoluzionarie delle masse in Spagna, alla riforma fascista della costituzione in Polonia, e ha incoraggiato in Francia le squadre armate dei fascisti a tentare un colpo di stato nel febbraio 1934. Ma questa stessa vittoria, e la sfrenatezza della dittatura fascista, hanno suscitato un movimento di fronte unico proletario contro il fascismo su scala internazionale. L'incendio del Reichstag, che fu il segnale della offensiva generale del fascismo contro la classe operaia, l'occupazione e il saccheggio dei sindacati e delle altre organizzazioni operaie, i gemiti degli antifascisti torturati che salgono dai sotterranei delle caserme e dai campi di concentramento fascisti, mostrano alle masse, in modo evidente, quali sono le conseguenze della condotta scissionistica e reazionaria dei capi della socialdemocrazia tedesca, che respinsero le proposte dei comunisti per la lotta comune contro l’offensiva fascista, e convincono della necessità di unire tutte le forze della classe operaia per abbattere il fascismo. La vittoria di Hitler ha dato, inoltre, una spinta decisiva alla creazione in Francia del fronte unico della classe operaia contro il fascismo. La vittoria di Hitler non solo ha allarmato gli operai francesi per la sorte degli operai tedeschi, non solo ha attizzato il loro odio contro i carnefici dei loro fratelli di classe tedeschi, ma ha altresì rafforzato la loro decisione di non permettere a nessun costo che avvenga nel loro paese ciò che è avvenuto alla classe operaia in Germania. La potente aspirazione al fronte unico in tutti i paesi capitalisti dimostra che gli insegnamenti della disfatta non vanno perduti. La classe operaia incomincia ad agire in modo nuovo. L'iniziativa del Partito comunista nella organizzazione del fronte unico, e l'abnegazione illimitata dei comunisti, degli operai rivoluzionari nella lotta contro il fascismo, hanno accresciuto in misura senza precedenti l'autorità dell'Internazionale Comunista. Nello stesso tempo si sviluppa una crisi profonda nella II Internazionale, crisi che si manifesta con particolare chiarezza e si aggrava dopo la bancarotta della socialdemocrazia tedesca. Gli operai socialdemocratici possono convincersi sempre più che, in fin dei conti, la Germania fascista, con tutti i suoi orrori e la sua barbarie, altro non è che una conseguenza della politica socialdemocratica di collaborazione di classe con la borghesia. Le masse comprendono sempre più che non bisogna rimettersi sulla strada per la quale i capimdella socialdemocrazia tedesca hanno condotto il proletariato. Nel campo della II Internazionale non si era mai visto uno sbandamento ideologico simile a quello che si nota oggi. In tutti i partiti socialdemocratici si sta svolgendo un processo di differenziazione. Dalle loro file si vanno staccando due campi fondamentali: accanto al campo degli elementi reazionari, che fanno di tutto per conservare il blocco della socialdemocrazia con la borghesia e respingono furiosamente il fronte unico con i comunisti, incomincia a formarsi il campo degli elementi rivoluzionari, i quali dubitano che la politica di collaborazione di classe con la borghesia sia giusta, sono favorevoli alla creazione del fronte unico con i comunisti ed incominciano a passare in sempre maggior misura sulle posizioni della lotta di classe rivoluzionaria. Il fascismo, dunque, che si è manifestato come il risultato della decadenza del sistema capitalistico, agisce, in ultima analisi, come un fattore della sua ulteriore decomposizione. Perciò il fascismo, che si assume il compito di seppellire il marxismo, di seppellire il movimento rivoluzionario della classe operaia, conduce esso stesso, per la dialettica della vita e della lotta di classe, a uno sviluppo ulteriore di quelle forze che devono divenire il suo becchino, il becchino del capitalismo. (Applausi).
http://www.bibliotecamarxista.org/dimitrov/car%20class%20fasc.htm
22 Novembre 2008
Discorso di autodifesa del compagno Erich Honecker pronunciato davanti al tribunale di Berlino


Difendendomi dall'accusa manifestamente infondata di omicidio non intendo certo attribuire a questo Tribunale e a questo procedimento penale l'apparenza della legalita'. La difesa del resto non servirebbe a niente, anche perche' non vivro' abbastanza per ascoltare la vostra sentenza. La condanna che evidentemente mi volete infliggere non mi potra' piu' raggiungere. Ora tutti lo sanno. Basterebbe questo a dimostrare che il processo e' una farsa. E' una messa in scena politica. Nessuno nelle regioni occidentali della Germania, compresa la citta' di prima linea di Berlino Ovest, ha il diritto di portare sul banco degli accusati o addirittura condannare i miei compagni coimputati, me o qualsiasi altro cittadino della RDT, per azioni compiute nell'adempimento dei doveri emananti dallo Stato RDT.
Se parlo in questa sede, lo faccio solo per rendere testimonianza alle idee del socialismo e per un giudizio moralmente e politicamente corretto di quella Repubblica Democratica Tedesca che piu' di cento stati avevano riconosciuto in termini di diritto internazionale. Questa Repubblica, che ora la RFT chiama Stato illegale e ingiusto, e' stata membro del Consiglio di Sicurezza dell' O.N.U., che per qualche tempo ha anche presieduto, e ha presieduto per un periodo la stessa l'Assemblea generale. Non mi aspetto certo da questo processo e da questo Tribunale un giudizio politicamente e moralmente corretto della RDT, ma colgo l'occasione di questa messa in scena politica per far conoscere ai miei concittadini la mia posizione.
La situazione in cui mi trovo con questo processo non e' un fatto straordinario. Lo Stato di diritto tedesco ha gia' perseguitato e condannato Karl Marx, August Bebel, Karl Liebknecht e tanti altri socialisti e comunisti. Il terzo Reich, servendosi dei giudici ereditati dallo Stato di diritto di Weimar porto' avanti quest'opera in molti processi, uno dei quali io stesso ho vissuto in qualita' di imputato. Dopo la sconfitta del fascismo tedesco e dello Stato hitleriano, la RFT non ha avuto bisogno di cercarsi nuovi procuratori della repubblica e nuovi giudici per riprendere a perseguitare penalmente in massa i comunisti, togliendo loro il lavoro e il pane nei tribunali del lavoro, allontanandoli dagli impieghi pubblici tramite i tribunali amministrativi o perseguitandoli in altri modi. Ora capita a noi quello che ai nostri compagni della Germania occidentale era gia' capitato negli anni '50. Da circa 190 anni e' sempre lo stesso arbitrio che si ripete. Lo Stato di diritto della Repubblica Federale Tedesca non e' uno stato di diritto ma uno stato delle destre [gioco di parole in tedesco, N.d.T.].
Per questo processo, come per altri in cui altri cittadini della RDT vengono perseguitati per la loro contiguita' col sistema di fronte ai tribunali penali o del lavoro, sociali o amministrativi, c'e' un argomento principe che viene usato. Politici e giuristi sostengono: dobbiamo condannare i comunisti perche' non lo abbiamo fatto con i nazisti. Questa volta dobbiamo fare i conti con il nostro passato. A molti sembra un ragionamento ovvio, ma in realta' e' totalmente falso. La verita' e' che la giustizia tedescooccidentale non poteva punire i nazisti perche' i giudici e i procuratori della repubblica non potevano punire se stessi. La verita' e' che questa giustizia della Germania Federale deve il suo attuale livello, comunque lo si voglia giudicare, ai nazisti di cui ha assunto l'eredita'. La verita' e' che i comunisti e i cittadini della RDT vengono perseguitati oggi per le stesse ragioni per cui sono sempre stati perseguitati in Germania. Solo nei 40 anni di esistenza della RDT le cose sono andate in senso opposto. e' con questo spiacevole inconveniente che bisogna ora fare i conti. Il tutto naturalmente nel pieno rispetto del diritto. La politica non c'entra assolutamente niente!
I giuristi piu' eminenti di questo paese, tanto dei partiti di maggioranza che della SPD, giurano che il nostro processo altro non e' che un normale processo penale, non un processo politico, non una messa in scena. Vengono arrestati i membri di uno dei piu' alti organismi statali del paese confinante e si dice che pero' la politica non c'entra niente. Si contestano ai generali della contrapposta alleanza militare le decisioni prese, ma si sostiene che la politica non c'entra niente. Quelle stesse personalita' che ieri venivano ricevute con tutti gli onori come ospiti di stato e interlocutori degli sforzi congiunti per impedire che potesse mai piu' scaturire una guerra dal suolo tedesco, vengono oggi etichettate come criminali. Ma anche questo non avrebbe niente a che fare con la politica.
Si mettono sotto accusa i comunisti, che da quando sono apparsi sulla scena politica sono sempre stati perseguitati, ma nella RFT oggi tutto cio' non avrebbe niente a che fare con la politica.
Per me e, credo, per chiunque non sia prevenuto, e' evidente che questo processo e' politico come solo puo' esserlo un processo contro la dirigenza politica e militare della RDT. Chi lo nega non sbaglia, chi lo nega mente. Mente per ingannare ancora una volta il popolo. Con questo processo si fa proprio cio' di cui noi veniamo accusati: ci si sbarazza degli avversari politici con i mezzi del diritto penale. Ma naturalmente tutto avviene secondo la legge.
Anche altre circostanze mostrano senza ombra di dubbio che con questo processo si perseguono fini politici. Come mai il cancelliere federale, come mai il signor Kinkel, gia' capo dei servizi segreti, poi ministro della giustizia e infine ministro degli esteri della RFT si sono tanto impegnati per riportarmi a qualsiasi costo in Germania e rinchiudermi nel carcere di Moabit dove sono gia' stato sotto Hitler? Come mai il cancelliere ha lasciato che io volassi a Mosca per poi far pressioni su Mosca e sul Cile perche' mi consegnassero, contro ogni principio del diritto internazionale? Come mai i medici russi che avevano fatto la diagnosi giusta al primo esame l'hanno poi dovuta falsificare? Come mai io e i miei compagni, che di salute non stanno tanto meglio di me, veniamo trascinati di fronte al popolo come facevano anticamente gli imperatori romani con i loro avversari prigionieri?
Non so se tutto questo abbia una spiegazione razionale. Forse si conferma il detto antico che coloro che Dio vuole perdere prima li acceca. Una cosa comunque e' chiara, ed e' che tutti quegli uomini politici che un tempo mi chiedevano udienza ed erano felici di potermi a loro volta ricevere, non usciranno indenni da questo processo. Anche i bambini in Germania sapevano che degli uomini erano stati uccisi al muro e che tra i politici viventi il massimo responsabile del muro ero io, presidente del Consiglio Nazionale della Difesa (CND), segretario generale, presidente del Consiglio di Stato della RDT. Non ci sono percio' che due sole possibilita': la prima e' che i signori politici della RFT abbiano coscientemente, liberamente e persino avidamente cercato di avere rapporti con un assassino. La seconda e' che essi coscientemente e con soddisfazione lasciano adesso che un innocente venga incolpato di omicidio. Di queste due possibilita' nessuna torna a loro onore. Una terza possibilita' non c'e'. Ma chi accetta un dilemma di questo genere e risulta percio' comunque, tanto in un caso come nell'altro, una persona priva di carattere, o e' cieco oppure persegue altri fini che gli premono piu' del proprio onore.
Ammettiamo pure che ne' il signor Kohl, ne' il signor Kinkel, ne' gli altri signori ministri e dirigenti di partito della Repubblica Federale Tedesca siano ciechi (cosa che non mi sento affatto di escludere). Rimane, come scopo politico di questo processo, la volonta' di discreditare totalmente la RDT e con essa il socialismo in Germania. Il crollo della RDT e del socialismo in Germania e in Europa evidentemente ancora non gli basta. Devono eliminare tutto cio' che puo' far apparire questo periodo in cui gli operai e i contadini hanno governato in una luce diversa da quella della perversione e del delitto. La vittoria dell'economia di mercato (come chiamano oggi eufemisticamente il capitalismo) deve essere assoluta, e cosi' la sconfitta del socialismo. Si vuole fare in modo, come diceva Hitler prima di Stalingrado, che quel nemico non si rialzi mai piu'. I capitalisti tedeschi in effetti hanno sempre avuto un'inclinazione per l'assoluto.
Questa finalita' del processo, questa volonta' di uccidere ancora una volta il socialismo gia' dato per morto, mostra quale sia il giudizio che il signor Kohl, il governo e anche l'opposizione della RFT danno della situazione. Il capitalismo ha vinto economicamente scavandosi la fossa, cosi come aveva fatto Hitler vincendo militarmente. In tutto il mondo il capitalismo e' entrato in una crisi priva di sbocchi. Non gli e' rimasta altra scelta che sprofondare in un caos ecologico e sociale oppure accettare la rinuncia alla proprieta' privata dei mezzi di produzione e quindi il socialismo. Ambedue le alternative significano la sua fine. Ma per i potenti della Repubblica Federale Tedesca il pericolo piu' grave e' chiaramente il socialismo. E questo processo deve servire a prevenirlo, cosi' come deve servire a prevenirlo tutta la campagna contro la ormai scomparsa RDT, che deve essere marchiata come stato ingiusto e illegale.
Tutti i casi di morte per ragioni non naturali nel nostro paese ci hanno sempre colpito. Le uccisioni al muro non solo ci hanno colpito umanamente, ma ci hanno anche danneggiati politicamente. Piu' di ogni altro io porto dal maggio 1971 il peso della responsabilita' politica del fatto che si e' sparato, in base alle disposizioni sull'uso delle armi da fuoco, contro chi cercava di attraversare senza autorizzazione il confine tra la RDT e la RFT, tra il Patto di Varsavia e la NATO. e' una pesante responsabilita', certo. Diro' piu' avanti perche' me la sono assunta. Ma ora, in sede di definizione di quella che e' la finalita' politica di questo processo, non posso fare a meno di sottolineare anche il tipo di mezzi che vengono utilizzati per cercare di raggiungere il fine di diffamare la RDT. I mezzi utilizzati sono i morti al muro. Questi morti devono servire e servono a rendere appetibile ai media questo processo, come altri in precedenza. Tra i morti mancano pero' le guardie di confine della RDT assassinate. Abbiamo gia' visto, e soprattutto voi avete gia' visto, come le immagini dei morti siano state oggetto di mercato, senza rispetto per la pieta' e la decenza. Questi sono i mezzi con cui si fa politica e si crea il giusto clima. Cosi' si usano, anzi cosi si abusa dei morti nella lotta che i padroni conducono per mantenere la proprieta' capitalistica. Perche' di questo e niente altro si tratta nella lotta contro il socialismo. I morti servono a mostrare quanto la RDT e il socialismo fossero inumani e anche a sviare l'attenzione dalla miseria del presente e dalle vittime dell'economia di mercato. Tutto cio' vien fatto democraticamente, legalmente, cristianamente, umanamente e per il bene del popolo tedesco.
Povera Germania!
E ora entriamo nel merito. I procuratori della citta' di prima linea ci accusano di omicidio come criminali comuni. Dato che personalmente non abbiamo ammazzato nessuna delle 68 persone la cui morte ci viene contestata nell'accusa, e dato che evidentemente non abbiamo nemmeno ordinato in precedenza che fossero uccisi, ne abbiamo in qualche modo provocato la loro morte, ecco che l'accusa, a pagina 9, mi contesta letteralmente:
« e'... di aver ordinato, in qualita' di segretario del Consiglio Nazionale della Difesa e responsabile dei problemi della sicurezza del CC della SED, di rafforzare le opere di confine intorno a Berlino (ovest) e gli sbarramenti di confine con la RFT per rendere impossibile il passaggio ».
Piu' avanti l'accusa mi contesta di aver partecipato in 17 sedute del CND dal 29/1l/1961 all' 1/7/1983 alle decisioni di:
« costruire ulteriori sbarramenti di mine a strappo (dove la parola "ulteriori" fa capire che le forze armate sovietiche avevano gia' installato questi sbarramenti);
migliorare il sistema di sicurezza del confine e l'addestramento all'uso delle armi da parte delle guardie confinarie;
impedire gli sconfinamenti».
Mi si contesta inoltre di «aver dichiarato il 3/5 1974 che bisognava far ricorso senza scrupoli alle armi da fuoco» (cosa peraltro non vera) e infine di «aver votato a favore del progetto di legge confinaria entrato in vigore il 1° maggio l982».
Le accuse contro di me, o contro di noi, si riferiscono dunque a decreti del Consiglio Nazionale della Difesa, decreti di un organo costituzionale della RDT. Oggetto del procedimento e' dunque la politica della RDT, sono le decisioni prese dal CND per difendere e preservare la RDT come Stato. Questo procedimento serve a criminalizzare questa politica. La RDT deve essere marchiata come Stato illegale e ingiusto e tutti coloro che l'hanno servita devono essere bollati come criminali. La persecuzione contro decine di migliaia ed eventualmente centinaia di migliaia di cittadini della RDT, di cui gia' parla la procura: questo e' il vero scopo di questo procedimento, preparato da processipilota contro guardie di confine e accompagnato da innumerevoli altri procedimenti giudiziari discriminatori dei cittadini della RDT, condotti di fronte a tribunali civili, sociali, del lavoro o amministrativi, nonche' da moltissimi atti amministrativi. Non e' in gioco dunque solamente la mia persona o quella degli alai imputati di questo processo. e' in gioco molto di piu'. e' in gioco il futuro della Germania e dell'Europa, anzi del mondo che, con la fine della guerra fredda e con la nuova mentalita', sembrava dovesse entrare in una fase tanto positiva. Qui non solo si prosegue la guerra fredda, ma si vogliono gettare le fondamenta di un'Europa dei ricchi. L'idea della giustizia sociale deve essere soffocata una volta per tutte. Bollarci come assassini serve a questo.
Io sono l'ultimo a oppormi a norme morali e legali che servano a giudicare e anche condannare gli uomini politici. Ma tre condizioni devono essere soddisfatte:
Le norme devono essere formulate esattamente in precedenza.
Esse devono valere allo stesso modo per tutti gli uomini politici.
La sentenza deve essere pronunciata da un tribunale al di sopra delle parti, un tribunale dunque che non deve essere composto ne' da amici ne' da nemici degli accusati.
Mi sembra che si tratti di condizioni ovvie, eppure nel mondo attuale non mi sembra che possano ancora essere soddisfatte. Se voi oggi sedete in giudizio contro di noi, lo fate come tribunale dei vincitori contro i vinti. Questo fatto e' espressione dei rapporti di forza reali, ma non puo' pretendere validita' giuridica ne' costituire un atto di giustizia.
Basterebbero questi argomenti a dimostrare l'illegalita' dell'accusa. Ma poiche' non ci sottraiamo al confronto neanche nel particolare, voglio dire io quel che l'accusa, o per malafede o per cecita', non dice.
Abbiamo gia' citato le parole con cui l'accusa inizia l'enumerazione cronologica dei fatti che ci vengono contestati:
« I1 12 agosto 1961 l'imputato Honecker, in qualita' di segretario del CND e responsabile dei problemi della sicurezza del CC della SED ordinava di rafforzare le opere di confine intorno a Berlino (ovest) e gli sbarramenti di confine con la RFT per rendere impossibile il passaggio ».
Questo modo di vedere la storia e' assai eloquente. Il responsabile dei problemi della sicurezza del CC della SED nel 1961 dava disposizioni su un fatto che poteva cambiare la storia del mondo! Qui si supera anche l'autoironia dei cittadini della RDT che chiamavano il loro paese «la piu' grande RDT del mondo». Va bene che oggi Enno von Löwenstein cerca di ingigantire la RDT per dare cosi' piu' valore alla vittoria della RFT, ma neanche quest'ala destra del giornalismo politico tedesco riesce a fare della RDT una grande potenza mondiale. Questo rimane prerogativa dell'«autorita' piu' obiettiva del mondo», la procura della repubblica. Ciascuno e' padrone di rendersi ridicolo di fronte alla storia a proprio piacimento. Ma in ogni caso la costruzione del muro fu decisa a Mosca il 5/8/1961 in una riunione degli Stati del Patto di Varsavia. In quella alleanza tra i paesi socialisti la RDT era un membro importante, ma non la potenza guida. Questo il tribunale lo potrebbe dare per assodato senza bisogno di dimostrazione.
Dato che noi &endash; come gia' ho detto &endash; di persona non abbiamo ammazzato nessuno, ne' abbiamo direttamente ordinato di ammazzare nessuno, l'azione omicida viene ravvisata nella costruzione del muro, nell'averlo tenuto in piedi e nell'imposizione del divieto di lasciare la RDT senza autorizzazione statale. E naturalmente questo non c'entrerebbe affatto con la politica. Cosi' almeno sostiene la giurisprudenza tedesca. Ma non potra' sostenerlo di fronte alla storia o al raziocinio umano. Non fara' altro che tradire ancora una volta le sue origini e mostrare di quale spirito sia figlia e dove stia andando la Germania.
Tutti noi che avevamo a quell'epoca responsabilita' di governo nei paesi del Patto di Varsavia prendemmo quella decisione politica collettivamente. Non lo dico per scaricarmi dalle mie responsabilita' attribuendole ad altri; lo dico soltanto perche' cosi' e' stato e non altrimenti e io sono convinto che quella decisione di allora, del 1961, fosse giusta e tale sarebbe rimasta finche' non fosse terminato lo scontro tra USA e URSS. Quella decisione politica e i convincimenti che la dettarono costituiscono appunto l'oggetto di questo processo. Bisogna essere ciechi o chiudere consapevolmente gli occhi davanti agli avvenimenti del passato per non riconoscere che questo e' un processo politico dei vinti contro i vincitori, per non capire che esso significa deformare la storia per motivazioni di ordine politico. Voi ritenete che quella decisione politica fosse sbagliata e considerate me e i miei compagni responsabili penalmente per i morti ammazzati al muro. Ebbene io vi dico che la decisione che voi ritenete giusta avrebbe causato migliaia o milioni di morti. Di questo ero e sono tuttora convinto e credo ne siano convinti anche i miei compagni. e' per questa convinzione politica che ci troviamo qui davanti a voi. E voi ci condannerete perche' avete un'opinione politica diversa dalla nostra.
Come e perche' si sia giunti alla costruzione del muro non sembra che interessi la pubblica accusa. Su questo l'accusa non spende una parola. Cause e circostanze vengono del tutto ignorate, la catena degli avvenimenti storici viene arbitrariamente spezzata. Erich Honecker ha costruito e tenuto in piedi il muro. Stop. Questa e' la rappresentazione semplicistica che i giuristi tedeschi riescono a dare della storia. Quel che gli interessa e' che i comunisti siano bollati da criminali e come tali condannati. I tedeschi in realta' sono perfettamente in grado di sapere come si e' arrivati al muro e conoscere le ragioni per cui al muro si e' sparato. Ma poiche' l'accusa si comporta come se costruire muri e farvi ammazzare la gente fosse una caratteristica peculiare del socialismo e come se singoli "delinquenti" come me e i miei compagni ne portassero intera la responsabilita', mi vedo costretto, pur non essendo uno storico, a riassumere la storia che ha portato al muro.
Le sue origini si spingono lontano. Ci riportano alla formazione del capitalismo e del proletariato. Ma l'inizio immediato della tragedia dell'ultima fase della storia tedesca si situa nell'anno 1933. In quell'anno, com'e' noto, molti tedeschi votarono in libere elezioni per il partito nazista e il presidente Hindenburg, che era stato eletto altrettanto liberamente nel 1932, investi democraticamente Adolf Hitler delle funzioni di capo del governo. Subito dopo i predecessori politici degli attuali partiti dominanti, con l'eccezione della SPD, votarono i pieni poteri, dando a Hitler poteri assoluti dittatoriali. Solo i comunisti prima di quelle elezioni avevano detto: "chi vota Hindenburg vota Hitler, chi vota Hitler vota per la guerra". Al momento del voto per i pieni poteri i deputati comunisti erano gia' stati allontanati dal Reichstag, molti comunisti erano stati arrestati o vivevano in clandestinita'. Gia' allora la messa fuori legge dei comunisti fu il segnale della fine della democrazia in Germania.
Non appena Hitler fu messo a capo del governo, la Germania conobbe il suo primo miracolo economico. La disoccupazione era vinta; i titoli Volkswagen andavano bene e l'animo ardente del popolo portava a scacciare e assassinare gli ebrei. Il popolo tedesco in maggioranza era felice e contento.
Quando scoppio' la seconda guerra mondiale e le fanfare annunciavano le guerre lampo contro Polonia, Norvegia, Danimarca, Belgio, Olanda, Lussemburgo, Francia, Jugoslavia, Grecia, l'entusiasmo non conobbe piu' confini. I cuori di quasi tutti i tedeschi battevano all'unisono con il loro cancelliere, il piu' grande duce di tutti i tempi. Nessuno immaginava che l'impero millenario sarebbe durato solo 12 anni.
Quando nel 1945 tutto fu ridotto in macerie, la Germania non si trovo' padrona del mondo, come prediceva una ben nota canzone nazista, ma totalmente dominata dagli alleati. La Germania fu divisa in quattro zone. Non c'era assolutamente liberta' di trasferirsi da una zona all'altra. Nemmeno per gli emigrati tedeschi che, come Gerhart Eisler, volevano ritornare in Germania dagli USA.
Negli USA c'erano piani (per esempio il piano Morgenthau) che prevedevano la divisione perpetua della Germania in vari stati. Proprio in risposta a questi piani Stalin pronuncio' le famose parole: «Gli Hitler vengono e vanno, il popolo tedesco e lo Stato tedesco rimangono». Ma l'unita' della Germania, che a quel tempo l'URSS voleva fosse mantenuta, non si realizzo'. Per effetto della guerra fredda proclamata dagli USA nel 1947, la Germania &endash; con l'accorpamento di due e poi di tre zone, con la riforma monetaria, infine con la costituzione nel maggio 1949 della RFT &endash; fu divisa per un lungo periodo in due parti. Come si vede dalla successione temporale, questa divisione non fu opera dei comunisti, ma degli alleati occidentali e di Konrad Adenauer. La costituzione della RDT segui' in un secondo tempo e fu la conseguenza logica della costituzione della RFT. Ormai si erano formati due diversi Stati tedeschi. Ma la RFT non aveva nessuna intenzione di riconoscere la RDT e stabilire con essa rapporti pacifici. La RFT pretendeva anzi di essere l'unica rappresentante di tutta la Germania e di tutti i tedeschi. Con l'aiuto degli alleati proclamo' un embargo economico e cerco' per quella via di isolare la RDT economicamente e politicamente. Una politica di aggressione senza guerra: cosi' si puo' definire la linea seguita dalla RFT nei confronti della RDT. Questa fu la forma che la guerra fredda assunse sul suolo tedesco.
Fu questa politica che porto' al muro.
Dopo l'ingresso della RFT nella NATO, la RDT aderi' al Patto di Varsavia. I due Stati tedeschi si fronteggiarono cosi' come Stati membri di alleanze militari ostili.
La RFT era piu' forte della RDT sotto diversi aspetti: per numero di abitanti, potenza economica, legami politici ed economici. Grazie al piano Marshall e al pagamento di minori riparazioni dovette inoltre sopportare le conseguenze della guerra in misura ridotta. La RFT disponeva di maggiori ricchezze naturali e di un territorio piu' ampio. Essa sfrutto' questa molteplice superiorita' in tutti i modi, ma soprattutto promettendo ai cittadini della RDT vantaggi materiali se abbandonavano il loro paese. Molti cittadini della RDT non resistettero a questa tentazione e fecero quello che i politici della RFT si aspettavano che facessero: "votarono con i piedi". Il successo economico esercito' un'attrazione fatale sui tedeschi dopo il 1945 non meno di quanto era accaduto dopo il 1933.
La RDT e gli Stati alleati del Patto di Varsavia vennero a trovarsi in una situazione difficile. La politica del roll back sembrava coronata da successo in Germania. La NATO si accingeva ad estendere la sua area di influenza fino all'Oder.
Questa politica produsse nel 1961 una situazione di tensione in Germania che metteva in pericolo la pace mondiale. L'umanita' si trovo' sull'orlo di una guerra atomica. Questa era la situazione quando gli Stati del Patto di Varsavia decisero la costruzione del muro. Nessuno prese quella decisione a cuor leggero. Perche' divideva le famiglie, ma anche perche' era il segno di una debolezza politica ed economica del Patto di Varsavia rispetto alla NATO che poteva essere compensata solo con mezzi militari.
Politici eminenti fuori della Germania, ma anche nella RFT, riconobbero dopo il 1961 che la costruzione del muro aveva diminuito la tensione nel mondo.
Franz Josef Strauss scrisse nelle sue memorie: "Con la costruzione del muro la crisi, in modo certo non positivo per i tedeschi, poteva pero' dirsi non solo sotto controllo ma effettivamente chiusa"' (pag. 390). In precedenza Strauss aveva parlato dei piani di bombardamento atomico del territorio della RDT (pag. 388).
Io credo che non ci sarebbero stati ne' il Trattato Fondamentale [trattato che regolava i rapporti tra le due Germanie concluso nel dicembre 1972, N.d.T.], ne' Helsinki, ne l'unita' della Germania se in quel momento non fosse stato costruito il muro o se esso fosse stato abbattuto prima della fine della guerra fredda. Penso percio' che approvando la costruzione del muro e mantenendo poi quella posizione ne' io ne' i miei compagni ci siamo macchiati di alcuna colpa, non solo dal punto di vista del diritto, ma neanche da un punto di vista morale e politico.
Rispetto alla storia della Germania e' certo solo una nota marginale, ma e' il caso di notare che adesso molti tedeschi sia dell'ovest che dell'est vedrebbero volentieri una riedizione del muro.
Ma ci si deve anche chiedere che cosa sarebbe successo se avessimo agito come l'accusa da' per scontato che avremmo dovuto fare. Cioe' se non avessimo eretto il muro, se avessimo consentito a chiunque di lasciare la RDT, segnando cosi'i' spontaneamente la resa della RDT gia' nel 1961. Non c'e' bisogno di particolare fantasia per capire quali effetti avrebbe prodotto una politica siffatta. Basta considerare quel che e' successo nel 1956 in Ungheria e nel 1968 nella Repubblica Socialista Cecoslovacca. Le truppe sovietiche, che tra l'altro erano gia' presenti, sarebbero intervenute anche nella RDT nel 1961, esattamente come avevano fatto negli altri paesi. Anche in Polonia Jaruzelski proclamo' lo stato di emergenza nel 1981 per impedire un intervento di quel tipo.
L'acutizzazione della crisi che avremmo provocato se ci fossimo attenuti al modello che l'accusa ritiene essere l'unico politicamente, moralmente e giuridicamente fondato avrebbe comportato il rischio di una terza guerra mondiale. Noi non abbiamo voluto e non potevamo correre questo rischio. Se questo per voi e' un crimine pronuncerete voi stessi la vostra condanna di fronte alla storia con la vostra sentenza. Ma questo importerebbe poco. Quel che piu' importa e' che la vostra sentenza costituira' un segnale per riproporre le vecchie contrapposizioni anziche' ricucirle. In presenza del pericolo di un collasso ecologico del mondo, voi riproponete la vecchia strategia di classe degli anni '30 e la politica di potenza tipica della Germania fin dai tempi del cancelliere di ferro.
Se ci condannerete per le nostre decisioni politiche del 1961&endash;e io penso che lo farete &endash; la vostra sentenza sara' non solo priva di ogni fondamento giuridico, non solo emessa da un tribunale di parte, ma anche una sentenza che ignora totalmente consuetudini politiche e comportamenti di quegli stessi paesi che godono del vostro massimo rispetto come Stati di diritto. In questo contesto non voglio certo, ne' potrei elencare tutti i casi in cui negli ultimi 28 anni sono state prese decisioni politiche che hanno avuto un costo di vite umane, perche' non voglio abusare del vostro tempo e della vostra sensibilita'. E nemmeno potrei ricordarmeli tutti. Ne voglio menzionare soltanto alcuni:
Nel 1963 l'allora presidente degli Stati Uniti Kennedy decise di inviare truppe nel Vietnam per prendere il posto dei francesi sconfitti e far la guerra fino al 1975 contro i vietnamiti che combattevano per la loro liberta', indipendenza e autodeterminazione. Questa decisione del presidente degli USA, che comportava una violazione eclatante dei diritti dell'uomo e del diritto internazionale, non ha mai ricevuto la minima critica da parte del governo della RFT. I presidenti degli USA Kennedy, Johnson e Nixon non sono mai stati portati davanti a un tribunale e il loro onore non ha subito la minima macchia, almeno non per quella guerra. E in questo caso ne' i soldati americani ne quelli vietnamiti hanno potuto decidere liberamente se correre o meno il rischio di morire per una guerra ingiusta.
Nel 1981 l'Inghilterra fece intervenire le sue truppe contro l'Argentina per mantenere le isole Falkland come colonia per l'impero. La "lady di ferro" si assicuro' in quel modo una vittoria elettorale e la sua immagine non ne fu minimamente offuscata, neanche dopo la fine delle sue fortune elettorali. Nessuno penso' di accusarla di omicidio.
Nel 1983 il presidente Reagan ordino' alle sue truppe di occupare Grenada. Non ce' persona che goda di maggior rispetto in Germania di questo presidente americano. Evidentemente le vittime di questa impresa era giusto che fossero ammazzate.
Nel 1986 Reagan fece bombardare in un'azione punitiva le citta' di Tripoli e Bengasi, senza chiedersi se le sue bombe avrebbero colpito colpevoli o innocenti.
Nel 1989 il presidente Bush ordino' di portare via da Panama con la forza delle armi il generale Noriega. Migliaia di panamensi innocenti furono uccisi. Ma per il presidente americano cio' non ha comportato la minima macchia, figurarsi un'accusa di omicidio.
L'elenco potrebbe continuare a piacere. Anche solo menzionare la condotta inglese in Irlanda potrebbe sembrare ineducato.
Sugli effetti che le armi della Repubblica Federale Tedesca producono tra i curdi della Turchia o tra i neri del Sudafrica si pongono interrogativi retorici, ma nessuno fa la conta dei morti e nessuno chiama per nome i colpevoli.
Parlo solo di paesi che vengono considerati modelli di stato di diritto e ricordo solo alcune delle loro scelte politiche. Ognuno puo' agevolmente fare un confronto tra queste scelte e quella di erigere un muro al confine tra Patto di Varsavia e NATO.
Ma voi direte che non potete ne' dovete decidere in merito alle azioni di altri paesi e che tutto questo non vi riguarda. Io non credo pero' che si possa dare un giudizio storico della RDT senza analizzare quel che e' accaduto in altri paesi nel periodo in cui la RDT e' esistita a motivo della contrapposizione tra i due blocchi. Credo anche che le azioni politiche possano essere giudicate soltanto nel loro contesto. Se voi chiudete gli occhi su quel che e' successo nel mondo fuori dalla Germania dal 1961 al 1989 non potete pronunciare una sentenza giusta.
Ma anche se vi limitate alla Germania, mettendo a confronto le scelte politiche dei due Stati tedeschi, un bilancio onesto e obiettivo non puo' che andare a vantaggio della RDT. Chi nega al proprio popolo il diritto al lavoro o il diritto alla casa, come avviene nella RFT, mette in conto che molti si sentano negare il diritto all'esistenza e non vedano altra soluzione che togliersi la vita. La disoccupazione, la condizione dei senza tetto, l'abuso di droghe, i crimini per procurarsi la droga e la criminalita' in genere sono frutto della scelta politica dell'economia di mercato. Anche scelte apparentemente cosi neutre dal punto di vista politico come i limiti di velocita' sulle autostrade, sono il prodotto di un assetto statale in cui sono determinanti non i politici liberamente eletti ma i padroni che non sono stati eletti da nessuno. Se il dipartimento per i reati commessi nell'esercizio del potere presso la Corte suprema si curasse per una volta di questi aspetti, presto avrei nuovamente la possibilita' di stringere la mano ai rappresentanti della Repubblica Federale Tedesca. Questa volta pero' a Moabit. Ma questo naturalmente non accadra' perche' alle vittime dell'economia di mercato era giusto che si togliesse la vita.
Non sono io la persona che possa fare un bilancio della storia della RDT. Il momento di farlo non e' ancora venuto. Il bilancio sara' tratto in futuro e da altri.
Io ho speso la mia esistenza per la RDT. Dal maggio 1971 soprattutto ho avuto una responsabilita' rilevante per la sua storia. Io sono percio' parte in causa e oltre a cio' indebolito per l'eta' e la malattia. E tuttavia, giunto alla fine della mia vita, ho la certezza che la RDT non e' stata costituita invano. Essa ha rappresentato un segno che il socialismo e' possibile e che e' migliore del capitalismo. Si e' trattato di un esperimento che e' fallito. Ma per un esperimento fallito l'umanita' non ha mai abbandonato la ricerca di nuove conoscenze e nuove vie. Bisognera' ora analizzare le ragioni per cui l'esperimento e' fallito. Sicuramente cio' e' accaduto anche perche' noi &endash; voglio dire i responsabili in tutti i paesi socialisti europei &endash; abbiamo commesso errori che potevano essere evitati. Sicuramente e' fallito in Germania tra l'altro anche perche' i cittadini della RDT, come altri tedeschi prima di loro, hanno compiuto una scelta sbagliata e perche' i nostri avversari erano ancora troppo potenti. Le esperienze storiche della RDT, insieme a quelle degli altri paesi ex socialisti, saranno utili a milioni di uomini nei paesi socialisti ancora esistenti e serviranno al mondo futuro. Chi si e' impegnato con i! proprio lavoro e con la propria vita per la RDT non ha vissuto invano. Un numero sempre maggiore di persone dell'est si renderanno conto che le condizioni di vita della RDT li avevano deformati assai meno di quanto la gente dell'ovest non sia deformata dall'economia di mercato e che nei nidi, negli asili e nelle scuole i bambini della RDT crescevano piu' spensierati, piu' felici, piu' istruiti, piu' liberi dei bambini delle strade e delle piazze dominate dalla violenza della RFT. I malati si renderanno conto che nel sistema sanitario della RDT, nonostante le arretratezze tecniche, erano dei pazienti e non oggetti commerciali del marketing dei medici. Gli artisti comprenderanno che la censura, vera o presunta, della RDT non poteva recare all'arte i danni prodotti dalla censura del mercato. I cittadini constateranno che anche sommando la burocrazia della RDT e la caccia alle merci scarse non c'era bisogno che sacrificassero tutto il tempo libero che devono sacrificare ora alla burocrazia della RFT. Gli operai e i contadini si renderanno conto che la RFT e' lo Stato degli imprenditori (cioe' dei capitalisti) e che non a caso la RDT si chiamava Stato degli operai e dei contadini. Le donne daranno maggior valore, nella nuova situazione, alla parita' e al diritto di decidere sul proprio corpo di cui godevano nella RDT.
Dopo aver conosciuto da vicino le leggi e il diritto della RFT molti diranno, con la signora Bohley, a cui i comunisti non piacciono: «Abbiamo chiesto giustizia. Ci hanno dato un altro Stato». Molti capiranno anche che la liberta' di scegliere tra CDU/CSU, SPD e FDP e' solo una liberta' apparente. Si renderanno conto che nella vita di tutti i giorni, specialmente sul posto di lavoro, avevano assai piu' liberta' nella RDT di quante ne abbiano ora. Infine la protezione e la sicurezza che la piccola RDT, cosi' povera rispetto alla RFT, garantiva ai suoi cittadini non saranno piu' minimizzate come cose ovvie, perche' la realta' quotidiana del capitalismo si incarichera' adesso di far capire a tutti quanto fossero preziose.
Il bilancio della storia quarantennale della RDT e' diverso da quello che ci viene presentato dai politici e dai mass media. Col passar del tempo questo sara' sempre piu' evidente.
Vorreste trasformare il processo contro di noi, membri del Consiglio Nazionale della Difesa della RDT, in un processo di Norimberga contro i comunisti. Ma questo tentativo e' condannato al fallimento. Nella RDT non c'erano campi di concentramento, non c'erano camere a gas, sentenze politiche di morte, tribunali speciali, non c'erano Gestapo ne' SS. La RDT non ha fatto guerre e non ha commesso crimini di guerra contro l'umanita'. La RDT e' stata un paese coerentemente antifascista che godeva di altissimo prestigio internazionale per il suo impegno in favore della pace.
Il processo contro di noi "pezzi grossi" della RDT deve servire di risposta a quanti dicono «se la prendono con i pesci piccoli, i grossi invece li lasciano scappare». La nostra condanna servirebbe dunque ad eliminare ogni ostacolo per poter perseguitare anche i "pesci piccoli". Finora comunque non e' che si siano trattenuti piu' di tanto dal farlo.
II processo serve a costruire la base per bollare la RDT come Stato ingiusto e illegale. Uno Stato governato da "criminali" e "omicidi" del nostro calibro non puo' che essere illegale e ingiusto. Chi stava in stretto rapporto con questo Stato, chi ne era cittadino cosciente dei propri doveri deve essere marcato con il segno di Caino. Uno Stato contrario al diritto non puo' esser retto e governato che da "organizzazioni criminali" come il Ministero per la Sicurezza e la SED. Si invocano colpe e condanne collettive in luogo di responsabilita' individuali perche' cosi' si puo' mascherare la mancanza di prove dei crimini attribuiti. Ci sono pastori e parroci della RDT che vengono dati in pasto a una nuova inquisizione, una moderna caccia alle streghe. Milioni di persone vengono cosi' emarginati e banditi dalla societa'. Molti si vedono ridurre fino all'estremo le possibilita' di esistenza. Basta essere registrati come "collaboratori informali" per essere condannati alla morte civile. Il giornalista autore delle denuncie riceve elogi e laute ricompense. Delle sue vittime nessuno si cura. Il numero dei suicidi e' un tabu'. E tutto cio' ad opera di un governo che si vuole cristiano e liberale e con la tolleranza o addirittura l'appoggio di un'opposizione che non merita questo nome piu' di quanto meriti la qualifica "sociale". Il tutto con il marchio di qualita' dello Stato di diritto che si sono autoattribuiti.
Questo processo rivela tutta la sua dimensione politica anche come processo agli antifascisti. Nel momento in cui la marmaglia neonazista impazza impunita per le strade e gli stranieri sono perseguitati e assassinati come a Mölln, ecco che lo stato di diritto mostra tutta la sua forza arrestando gli ebrei che protestano e perseguendo i comunisti. Per far questo non si lamentano carenze di funzionari e di fondi. Sono cose queste che abbiamo gia' visto in passato.
Questo processo, se ne vogliamo riassumere i contenuti politici, si pone in continuita' con la guerra fredda e nega la nuova mentalita'. Esso svela il vero carattere politico di questa Repubblica Federale. L'accusa, gli ordini di cattura e la sentenza del tribunale sull'ammissibilita' dell'accusa portano l'impronta dello spinto della guerra fredda. Le sentenze si rifanno a precedenti del 1964. Da allora il mondo e' cambiato, ma la giustizia tedesca imbastisce processi politici come al tempo di Guglielmo II. Ha superato ormai la momentanea "debolezza" politica liberale che l'aveva colpita dopo il 1968 e adesso ha recuperato la splendida forma anticomunista di un tempo.
Di noi si dice che siamo dei dinosauri incapaci di rinnovarci. Questo processo fa vedere dove stanno in realta' i dinosauri e chi e' incapace di rinnovarsi. Verso l'esterno si fa mostra di grande flessibilita'. A Gorbaciov viene attribuita la cittadinanza onoraria di Berlino e magnanimamente gli si perdona di aver elogiato i cosiddetti tiratori del muro iscrivendo il proprio nome nel loro registro d'onore. All'interno invece ci si mostra «duri come l'acciaio di Krupp» e il vecchio alleato di Gorbaciov viene messo sotto processo. Gorbaciov e io siamo stati entrambi esponenti del movimento comunista internazionale. e' noto che su alcuni punti essenziali avevamo opinioni divergenti. In quella fase pero' io pensavo che gli elementi di divergenza fossero meno rilevanti di quello che avevamo in comune. Il cancelliere federale non mi ha paragonato a Goebbels, come ha fatto con altri, ne glielo avrei mai perdonato. Ne' per il cancelliere ne' per Gorbaciov il processo contro di me costituisce un ostacolo alla loro stretta amicizia. Anche questo e' significativo.
Le mie considerazioni terminano qui. Fate dunque quello che non potete fare a meno di fare.
05 Ottobre 2008

Piccolo gruppo compatto, noi camminiamo per una strada ripida e difficile tenendoci con forza per mano. Siamo da ogni parte circondati da nemici e dobbiamo quasi sempre marciare sotto il fuoco. Ci siamo uniti, in virtù di una decisione liberamente presa, allo scopo di combattere i nostri nemici e di non sdrucciolare nel vicino pantano, i cui abitanti, fin dal primo momento, ci hanno biasimato per aver costituito un gruppo a parte e preferito la via della lotta alla via della conciliazione. Ed ecco che taluni dei nostri si mettono a gridare: "Andiamo nel pantano!". E, se si incomincia a confonderli, ribattono: "Che gente arretrata siete! Non vi vergognate di negarci la libertà d’invitarvi a seguire una via migliore?". Oh, sí, signori, voi siete liberi non soltanto di invitarci, ma di andare voi stessi dove volete, anche nel pantano; del resto pensiamo che il vostro posto è proprio nel pantano e siamo pronti a darvi il nostro aiuto per trasportarvi i vostri penati. Ma lasciate la nostra mano, non aggrappatevi a noi e non insozzate la nostra grande parola della libertà, perché anche noi siamo "liberi" di andare dove vogliamo, liberi di combattere non solo contro il pantano, ma anche contro coloro che si incamminano verso di esso.
("Che fare?")
27 Settembre 2008

MADRE TERESA, GIOVANNI PAOLO II E LA FABBRICA DEI SANTI Data: Martedi 6 Novembre 2007 (19:00) Argomento: Storia
DI MICHAEL PARENTI CommonDreams
Durante i 26 anni del suo papato, Giovanni Paolo II ha elevato a santità 483 persone, più santi di tutti i precedenti papi assieme, come viene riferito.
Ci fu un personaggio che beatificò ma che non ebbe il tempo di canonizzare perché non visse abbastanza, cioè Madre Teresa, la suora cattolica di origini albanesi che sedeva a tavola con i ricchi e i famosi del mondo mentre veniva considerata una ardente difenditrice dei poveri. Beniamina dei media aziendali e dei governi occidentali, oggetto di adorazione al pari di una celebrità, Teresa è stata per molti anni la donna più riverita sulla Terra, inondata di riconoscimenti e premiata con un Nobel per la pace nel 1979 per il suo “lavoro umanitario” e la sua “ispirazione spirituale”.
Ciò che di solito è passato inosservato sono le grandi somme che riceveva da ricchi contribuenti, compreso un milione di dollari dal bancarottiere condannato per la crisi della Lincoln savings & loan Charles Keating, per conto del quale lanciò personalmente un appello alla clemenza al giudice che presiedeva.
In quella occasione fu invitata dal procuratore a restituire il dono di Keating, dal momento che si trattava di denaro rubato. Non lo fece mai. Piuttosto accettò somme rilevanti donatele dalla brutale dittatura Duvalier e sottratte regolarmente alla tesoreria pubblica di Haiti.
Gli “ospedali” di Madre Teresa per gli indigenti in India e altrove si rivelarono poco più che magazzini umani in cui persone seriamente ammalate giacevano su materassini, a volte cinquanta o sessanta persone in una stanza senza il beneficio di un'adeguata assistenza medica. Generalmente i loro malanni non venivano diagnosticati. Il cibo era nutrizionalmente insufficiente e le condizioni sanitarie deplorevoli. C'era poco personale medico sul posto, più spesso suore e preti impreparati.
Tuttavia, quando si occupava dei propri problemi di salute, Teresa si rivolgeva ad alcuni dei più costosi ospedali e reparti di cura del mondo per trattamenti allo stato dell'arte.
Teresa attraversò il globo per ingaggiare campagne contro il divorzio, l'aborto e il controllo delle nascite. Alla cerimonia per l'assegnazione del Nobel, dichiarò che “il più grande distruttore di pace è l'aborto”. Una volta ha anche insinuato che l'AIDS potrebbe essere solo una punizione per una condotta sessuale impropria.
Teresa alimentò un flusso costante di disinformazione promozionale su se stessa. Sosteneva che la sua missione a Calcutta sfamasse più di mille persone ogni giorno. In altre occasioni questo numero arrivava a 4000, 7000 o 9000. In realtà le sue mense per poveri sfamavano non più di 150 persone (sei giorni a settimana), compreso il suo seguito di suore, novizie e preti. Sosteneva che la sua scuola nei bassifondi di Calcutta ospitasse 5000 bambini quando gli effettivi iscritti erano meno di un centinaio.
Teresa dichiarò di avere 102 centri di assistenza per famiglie a Calcutta, ma Aroup Chatterjee, da lungo tempo residente a Calcutta e autore di un'ampia indagine sul campo sulla sua missione, non ha potuto trovare un singolo centro.
Come uno dei suoi devoti spiegava, “Madre Teresa è tra quelli che meno si preoccupano delle statistiche. Ha ripetutamente affermato che ciò che conta non è quanto lavoro si compie, ma quanto amore si mette nel lavoro”. Ma Teresa era davvero indifferente alle statistiche? Al contrario, le sue inesattezze numeriche andavano consistentemente e opportunamente in una sola direzione, esagerando abbondantemente i suoi risultati.
Durante i molti anni in cui la sua missione era a Calcutta, ci furono circa una dozzina di inondazioni e numerose epidemie di colera dentro o vicino alla città, con migliaia di vittime. Molte organizzazioni di soccorso rispondevano ad ogni disastro, ma Teresa e i suoi non si vedevano, eccetto che brevemente in una occasione.
Quando qualcuno chiedeva a Teresa come la gente senza denaro né potere potesse rendere il mondo un posto migliore, lei rispondeva “Dovrebbero sorridere di più”, una risposta che affascinava alcuni interlocutori. Durante una conferenza stampa a Washington DC, quando le venne domandato “Insegnate ai poveri a sopportare il proprio destino?” rispose “Penso che sia molto bello per i poveri accettare il loro destino, condividerlo con la passione di Cristo. Penso che il mondo tragga molto giovamento dalla sofferenza della povera gente”.
Ma lei stessa visse eccessivamente bene, godendo di lussuose sistemazioni nei suoi viaggi all'estero. Sembra che sia passato inosservato che come celebrità mondiale trascorreva la maggior parte del suo tempo lontano da Calcutta, con soggiorni prolungati presso opulente residenze in Europa e negli Stati Uniti, volando da Roma a Londra a New York su aerei privati.
Madre Teresa è il supremo esempio di quel tipo di icona accettabilmente conservatrice diffusa da una cultura dominata dalle élite, una “santa” che non ha espresso una parola critica contro le ingiustizie sociali, e che ha mantenuto comode relazioni con i ricchi, i corrotti e i potenti.
Ha dichiarato di essere al di sopra della politica quando era di fatto marcatamente ostile verso ogni tipo di riforma progressista. Teresa era amica di Ronald Reagan, e intima del conservatore magnate britannico dei media Malcolm Muggerridge. Era una gradita ospite del dittatore haitiano “Baby Doc” Duvalier, e aveva il supporto e l'ammirazione di una quantità di dittatori centro e sudamericani.
Teresa fu il modello di santo per Papa Giovanni Paolo II. Dopo la sua morte nel 1997, avviò il periodo di attesa quinquennale che si osserva prima di cominciare il processo di beatificazione che porta alla santificazione. Nel 2003, a tempo di record, Madre Teresa fu beatificata, il passo finale prima della canonizzazione.
Ma nel 2007 il processo di canonizzazione incontrò degli ostacoli lungo la sua strada, essendo stato svelato che insieme a varie altre sue contraddizioni Teresa non era un bastione di gioia spirituale e di solida fede. I suoi diari, esaminati dalle autorità cattoliche a Calcutta, hanno rivelato che è stata tormentata dai dubbi: “Sento che Dio non mi vuole, che Dio non è Dio e che non esiste davvero”. La gente pensa che “la mia fede, la mia speranza e il mio amore siano straripanti e che la mia intimità con Dio e l'unione dei nostri cuori riempia il mio. Se solo sapessero”, scrisse, “che il Paradiso non significa nulla”.
Attraverso molte tormentate notti insonni emise pensieri come questo: “Mi si dice che Dio mi ama – e invece la realtà di oscurità e freddo e vuoto è talmente grande che niente tocca la mia anima”. Il Messaggero, popolare quotidiano romano, ha commentato: “La vera Madre Teresa fu una persona che ebbe visioni per un anno e dubbi per i 50 successivi – fino alla sua morte”.
Un altro esempio di santificazione lampo, spinta da Papa Giovanni Paolo II, avvenne nel 1992 quando egli beatificò rapidamente il reazionario Mons. José María Escrivá de Balaguer, sostenitore dei regimi fascisti in Spagna e altrove, e fondatore dell'Opus Dei, un potente e riservato movimento ultra-conservatore “temuto da molti come una sinistra setta dentro la Chiesa Cattolica”. La beatificazione di Escrivá arrivò solo diciassette anni dopo la sua morte, un record battuto solo con l'arrivo di Madre Teresa.
Seguendo la propria agenda politica, Giovanni Paolo utilizzò un'istituzione della Chiesa, la santificazione, per conferire una speciale santità a ultra-conservatori come Escrivá e Teresa—e implicitamente a tutto ciò che essi rappresentarono. Un altro fra gli ultra-conservatori santificato da Giovanni Paolo, abbastanza stranamente, fu l'ultimo regnante asburgico dell'impero Austro-Ungarico, Carlo I d'Austria, che regnò durante la Prima Guerra Mondiale.
Giovanni Paolo beatificò anche il Cardinale Alojzije Viktor Stepinac, il principale prelato croato che accolse la conquista della Croazia da parte dei nazisti e degli ùstascia fascisti durante la Seconda Guerra Mondiale. Stepinac sedette nel parlamento ùstascia, apparve in numerosi eventi pubblici assieme a alti esponenti nazisti e ùstascia, e sostenne apertamente il regime fascista croato.
Nel panteon celeste di Giovanni Paolo, i reazionari ebbero migliori chance per la canonizzazione rispetto ai riformatori. Si consideri il trattamento che ha riservato all'Arcivescovo Oscar Romero che parlò contro le ingiustizie e le oppressioni patite dal popolo impoverito di El Salvador e che per questo fu assassinato da una squadra della morte di destra. Giovanni Paolo non ha mai denunciato l'assassinio o i suoi perpetratori, definendolo solamente “tragico”. Di fatto, appena qualche settimana prima dell'omicidio, alti funzionari del partito Arena, il braccio legale delle squadre della morte, inviarono una delegazione ben accolta in Vaticano per protestare a causa delle affermazioni pubbliche di Romero nel nome dei poveri.
Romero era considerato una specie di santo da molti poveri Salvadoregni, ma Giovanni Paolo tentò di bandire qualunque discussione della sua beatificazione per cinquant'anni. La pressione popolare da El Salvador portò il Vaticano a tagliare il ritardo a venticinque anni. In ogni caso, Romero è stato destinato alla “linea lenta”.
Il successore di Giovanni Paolo, Benedetto XVI, ha avviato il periodo di attesa quinquennale allo scopo di collocare istantaneamente lo stesso Giovanni Paolo II su una strada ultra-veloce per la canonizzazione, correndo fianco a fianco con Teresa. Già dal 2005 ci sono stati rapporti di possibili miracoli attribuiti al pontefice polacco recentemente scomparso.
Uno di tali resoconti è stato offerto dal Cardinale Francesco Marchisano. Mentre pranzava con Giovanni Paolo, il cardinale indicò che a causa di una malattia non poteva usare la propria voce. Il papa “accarezzò la mia gola, come un fratello, come il padre che era. Dopo di ciò mi sottoposi ad una terapia di sette mesi, e fui nuovamente capace di parlare”. Marchisano pensa che il pontefice potrebbe aver dato una mano nelle cure: “Potrebbe essere”, ha detto. Un miracolo! Viva il papa!
Le pubblicazioni recenti di Michael Parenti comprendono: Contrary Notions: The Michael Parenti Reader (City Lights, 2007); Democracy for the Few, ottava ed. (Wadsworth, 2007); The Culture Struggle (Seven Stories, 2006).
Titolo originale: "Mother Teresa, John Paul II, and the Fast-Track Saints"
Fonte: http://www.commondreams.org/ Link 22.10.2007
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di STIMIATO
01 Settembre 2008
La Cina il Tibet e il Dalai Lama di Domenico Losurdo
su L'ERNESTO 6/2003 del 01/11/2003
Chi è, in verità, il Dalai Lama? Perché tanta parte della sinistra italiana tende ad accettarne la “santificazione” e non vederne l’essenza reazionaria?
Celebrato e trasfigurato dalla cinematografia di Hollywood, il Dalai Lama continua indubbiamente a godere di una vasta popolarità: il suo ultimo viaggio in Italia si è concluso solennemente con una foto di gruppo coi dirigenti dei partiti di centro-sinistra, che hanno voluto così testimoniare la loro stima o la loro riverenza nei confronti del campione della lotta di “liberazione del popolo tibetano”. Ma chi è realmente costui? Tanto per cominciare, egli non è nato nel Tibet storico, ma in territorio incontestabilmente cinese, per l’esattezza nella provincia di Amdo che, nel 1935, l’anno della nascita, era amministrata dal Kuomintang. In famiglia si parlava un dialetto regionale cinese, sicché il nostro eroe impara il tibetano come una lingua straniera, ed è costretto a impararla a partire dall’età di tre anni, e cioè dal momento in cui, riconosciuto come l’incarnazione del 13° Dalai Lama, viene sottratto alla sua famiglia e segregato in un convento per essere sottoposto all’influenza esclusiva dei monaci che gli insegnano a sentirsi, a pensare, a scrivere, a parlare e a comportarsi come il Dio-Re dei tibetani ovvero come Sua Santità. Desumo queste notizie da un libro (Heinrich Harrer, Sette anni nel Tibet, Mondadori, Oscar bestsellers, 1999), che pure ha un carattere di semi-ufficialità (si conclude con il “Messaggio” in cui il Dalai Lama esprime la sua gratitudine all’autore) e che ha contribuito moltissimo alla costruzione del mito hollywoodiano. Si tratta di un testo a suo modo straordinario, che riesce a trasformare in capitoli di storia sacra anche i particolari più inquietanti.
1. Un “paradiso” raccapricciante
Nel 1946, Harrer incontra a Lhasa i genitori del Dalai Lama, dove si sono trasferiti ormai da molti anni, abbandonando la natia Amdo. E, tuttavia, essi non sono ancora divenuti tibetani: bevono il tè alla cinese, continuano a parlare un dialetto cinese e, per intendersi con Harrer, che si esprime in tibetano, hanno bisogno dell’aiuto di un “interprete”. Certo, la loro vita è cambiata radicalmente: “Era un grosso salto quello dalla loro piccola casa di contadini in una lontana provincia al palazzo che ora abitavano e ai vasti poderi che erano adesso di loro proprietà”. Avevano ceduto ai monaci un bambino di tenerissima età, che poi riconosce nella sua autobiografia di aver molto sofferto per questa separazione. In cambio, i genitori avevano potuto godere di una prodigiosa ascesa sociale. Siamo in presenza di un comportamento discutibile? Non sia mai detto. Harrer si affretta subito a sottolineare la “nobiltà innata” di questa coppia (p. 133): come potrebbe essere diversamente, dato che si tratta del padre e della madre del Dio-Re? Ma che società è quella su cui il Dalai Lama è chiamato a governare? Sia pure a malincuore, l’autore del libro finisce col riconoscerlo: “La supremazia dell’ordine monastico nel Tibet è assoluta, e si può confrontare solo con una severa dittatura. I monaci diffidano di ogni influsso che possa mettere in pericolo la loro dominazione”. Ad essere punito non è soltanto chi agisce contro il “potere” ma anche “chiunque lo metta in dubbio” (p. 76). Diamo ora uno sguardo ai rapporti sociali. Si direbbe che la merce più a buon mercato sia costituita dai servi (si tratta, in ultima analisi, di schiavi). Harrer descrive giulivo l’incontro con un alto funzionario: anche se non è un personaggio particolarmente importante, egli può comunque disporre di un “seguito di trenta servi e serve” (p. 56). Essi vengono sottoposti a fatiche non solo bestiali ma persino inutili: “Circa venti uomini erano legati alla cintura da una corda e trascinavano un immenso tronco, cantando in coro le loro lente nenie e avanzando di pari passo. Ansanti e in un bagno di sudore non potevano soffermarsi per pigliare fiato, perché il capofila non lo permetteva. Questo lavoro massacrante rappresenta una parte delle loro tasse, un tributo da sistema feudale”. Sarebbe stato facile far ricorso alla ruota, ma “il governo non voleva la ruota”; e, come sappiamo, contrastare o anche solo mettere in discussione il potere della casta dominante poteva essere assai pericoloso. Ma, secondo Harrer, non ha senso versare lacrime sul popolo tibetano di quegli anni: “forse così era più felice” (pp. 159-160). Incolmabile era l’abisso che separava i servi dai padroni. Per la gente comune, al Dio-Re non era lecito rivolgere né la parola né lo sguardo. Ecco cosa avviene nel corso di una processione: “Le porte della cattedrale si aprirono e lentamente uscì il Dalai Lama […] Devota la folla si inchinò immediatamente. Il cerimoniale religioso esigerebbe che la gente si gettasse per terra, ma era impossibile farlo a causa della mancanza di spazio. Migliaia di persone curvarono invece la schiena, come un campo di grano sciabolato dal vento. Nessuno osava alzare gli occhi. Lento e compassato il Dalai Lama iniziò il suo giro intorno al Barkhor […] Le donne non osavano respirare”. Finita la processione, il quadro cambia in modo radicale: “Come ridestata da un sonno ipnotico la folla in quel momento passò dall’ordine al caos […] I monaci-soldato entrarono subito in azione […] All’impazzata facevano mulinare i loro bastoni sulla folla […] Ma nonostante la gragnuola di colpi, i battuti ritornavano come fossero posseduti da demoni […] Adesso accettavano colpi e frustate come una benedizione. Fiaccole di pece fumosa cadevano sulle loro teste, urla di dolore, qui un volto bruciato, là i gemiti di un calpestato!” (pp. 157-8). Vale la pena di notare che questo spettacolo viene seguito dal nostro autore in modo ammirato e devoto. Non a caso, il tutto è contenuto in un paragrafo dal titolo eloquente: “Un dio alza, benedicendo, la mano”. L’unico momento in cui Harrer, assume un atteggiamento critico si verifica allorché egli descrive la condizione igienica e sanitaria del Tibet del tempo. Infuria la mortalità infantile, la durata media della vita è incredibilmente bassa, le medicine sono sconosciute, in compenso circolano farmaci assai singolari: “spesso i lama ungono i loro pazienti con la propria saliva santa; oppure tsampa e burro vengono mescolati con l’urina degli uomini santi per ottenere una specie di emulsione che viene somministrata ai malati” (p. 194). Qui si ritrae perplesso anche il nostro autore devoto e bacchettone: se pure dal “Dio-Ragazzo” è stato “persuaso a credere nella reincarnazione” (p. 248), egli tuttavia non riesce a “giustificare il fatto che si bevesse l’urina del Buddha Vivente”, e cioè del Dalai Lama. Solleva il problema con quest’ultimo, ma con scarsi risultati: il Dio-Re “da solo non poteva combattere tali usi e costumi, e in fondo non se ne preoccupava troppo”. Ciò nonostante il nostro autore, che si accontenta di poco, messe da parte le sue riserve, conclude imperturbabile: “In India, del resto, era uno spettacolo giornaliero vedere la gente bere l’urina delle vacche sacre” (p. 294). A questo punto, Harrer può procedere senza più impacci nella sua opera di trasfigurazione del Tibet pre-rivoluzionario. In realtà, esso è carico di violenza e non conosce neppure il principio della responsabilità individuale: le punizioni possono essere anche trasversali e colpire i parenti del responsabile di una mancanza anche assai lieve o persino immaginaria (p. 79). Ma cosa avviene per i crimini considerati più gravi? “Mi raccontarono di un uomo che aveva rubato una lampada dorata al burro da uno dei templi di Kyirong. Fu dichiarato colpevole del reato, e quella che noi avremmo considerato una sentenza disumana fu portata a compimento. Gli furono pubblicamente mozzate le mani, e il suo corpo mutilato ma ancora vivo fu avvolto in una pelle di yak bagnata. Quando smise di sanguinare, venne gettato in un precipizio” (p. 75). Ma anche reati minori, ad esempio “il gioco d’azzardo”, possono essere puniti in modo spietato se commessi nei giorni di festività solenni: “i monaci sono a tale riguardo inesorabili e molto temuti, perché più di una volta è avvenuto che qualcuno sia morto sotto la rigorosa flagellazione, la pena usuale” (pp. 153-3). La violenza più selvaggia caratterizza i rapporti non solo tra “semidei” e “esseri inferiori”, ma anche tra le diverse frazioni della casta dominante: ai responsabili delle frequenti “rivoluzioni militari” e “guerre civili” che caratterizzano la storia del Tibet pre-rivoluzionario (l’ultima si verifica nel 1947), vengono fatti “cavare gli occhi con una spada” (pp. 224-5). E, tuttavia, il nostro zelante convertito al lamaismo non si limita a dichiarare che “le punizioni sono piuttosto drastiche, ma sembrano essere commisurate alla mentalità della popolazione” (p. 75). No, il Tibet pre-rivoluzionario è ai suoi occhi un’oasi incantata di non violenza: “Dopo un po’ che si è nel paese, a nessuno è più possibile uccidere una mosca senza pensarci. Io stesso, in presenza di un tibetano, non avrei mai osato schiacciare un insetto soltanto perché mi infastidiva” (p. 183). In conclusione, siamo in presenza di un “paradiso” (p. 77). Oltre che di Harrer, questa è l’opinione anche del Dalai Lama, che nel suo “Messaggio” finale si abbandona ad una struggente nostalgia degli anni vissuti da Dio-Re: “ricordiamo quei giorni felici che trascorremmo assieme in un paese felice” (happy) ovvero, secondo la traduzione italiana, in “un paese libero”.
2. “Invasione” del Tibet e tentativo di smembramento della Cina
Questo paese “felice” e “libero”, questo “paradiso” viene trasformato in un inferno dall’”invasione” cinese. Le mistificazioni non hanno mai fine. Ha realmente senso parlare di “invasione”? Quale paese aveva riconosciuto l’”indipendenza” del Tibet e intratteneva con esso relazioni diplomatiche? In realtà, ancora nel 1949, nel pubblicare un libro sulle relazioni Usa-Cina, il dipartimento di Stato americano accludeva una mappa di per sé eloquente: con tutta chiarezza sia il Tibet che Taiwan vi figuravano quali parti integranti del grande paese asiatico, impegnato a porre fine una volta per sempre alle amputazioni territoriali imposte da un secolo di aggressioni colonialiste e imperialiste. Naturalmente, con l’avvento dei comunisti al potere, cambia tutto, comprese le carte geografiche: ogni falsificazione storica e geografica è lecita se essa consente di ridare slancio alla politica a suo tempo iniziata con la guerra dell’oppio e di avanzare cioè in direzione dello smembramento della Cina comunista. È un obiettivo che sembra sul punto di realizzarsi nel 1959. Con un cambiamento radicale rispetto alla politica seguita sino a quel momento, che l’aveva visto collaborare col nuovo potere insediatosi a Pechino, il Dalai Lama sceglie la via dell’esilio e comincia ad agitare la bandiera dell’indipendenza del Tibet. Si tratta realmente di una rivendicazione nazionale? Abbiamo visto che il Dalai Lama stesso non è di origine tibetana ed è costretto ad imparare una lingua che non è la sua lingua materna. Ma concentriamo pure la nostra attenzione sulla casta dominante autoctona. Per un verso questa, nonostante la generale ed estrema miseria del popolo, può coltivare i suoi raffinati gusti cosmopoliti: ai suoi banchetti si scialacquano “squisitezze di tutte le parti del mondo” (pp. 174-5). A degustarle sono raffinati parassiti che, nell’ostentare il loro sfarzo, non danno certo prova di ristrettezza provinciale: “le volpi azzurre vengono da Amburgo, le perle coltivate dal Giappone, le turchesi via Bombay dalla Persia, i coralli dall’Italia e l’ambra da Berlino e Königsberg” (p. 166). Ma mentre si sente affine all’aristocrazia parassitaria di ogni angolo del mondo, la casta dominante tibetana guarda ai suoi servi come ad una razza diversa e inferiore; sì, “la nobiltà ha le sue leggi severe: è permesso sposare soltanto chi è dello stesso rango” (p. 191). Che senso ha allora parlare di lotta di indipendenza nazionale? Come possono esserci una nazione e una comunità nazionale se, per riconoscimento dello stesso candido cantore del Tibet pre-rivoluzionario, i “semidei” nobiliari, lungi dal considerare concittadini i loro servi, li bollano e li trattano quali “esseri inferiori” (pp. 170 e 168)? D’altro canto, a quale Tibet pensa il Dalai Lama allorché comincia ad agitare la bandiera dell’indipendenza? È il Grande Tibet, che avrebbe dovuto abbracciare vaste aree al di fuori del Tibet propriamente detto, annettendo anche le popolazioni di origine tibetana residenti in regioni come lo Yunnan e il Sichuan, da secoli parte integrante del territorio della Cina e talvolta culla storica di questa civiltà multisecolare e multinazionale. Chiaramente, il Grande Tibet costituiva e costituisce un elemento essenziale del progetto di smembramento di un paese che, a partire dalla sua rinascita nel 1949, non cessa di turbare i sogni di dominio mondiale accarezzati a Washington. Ma cosa sarebbe successo nel Tibet propriamente detto se le ambizioni del Dalai Lama si fossero realizzate? Lasciamo pure da parte i servi e gli “esseri inferiori” a cui chiaramente non prestano molta attenzione i seguaci e i devoti di Sua Santità. In ogni caso, il Tibet pre-rivoluzionario è una “teocrazia” (p. 169): “un europeo difficilmente è in grado di capire quale importanza si annetta al più piccolo capriccio del Dio-Re” (p. 270). Sì, “il potere della gerarchia era illimitato” (p. 148), ed esso si esercitava su qualunque aspetto dell’esistenza: “la vita delle persone è regolata dalla volontà divina, i cui unici interpreti sono i lama” (p. 182). Ovviamente, non c’è distinzione tra sfera religiosa e sfera politica: i monaci permettevano “alle tibetane le nozze con un mussulmano solo alla condizione di non abiurare” (p. 169); non era consentito convertirsi dal lamaismo all’Islam. Assieme ai rapporti matrimoniali anche la vita sessuale conosce una regolamentazione occhiuta: “per gli adulteri vigono pene molto drastiche, ad esempio il taglio del naso” (p. 191). È chiaro: pur di smembrare la Cina, Washington non esitava a montare in sella al cavallo fondamentalista del lamaismo integralista e del Dalai Lama. Ora, anche Sua Santità è costretto a prenderne atto: il progetto secessionista è sostanzialmente fallito. Ed ecco allora le dichiarazioni per cui ci si accontenterebbe dell’”autonomia”. In realtà, il Tibet è da un pezzo una regione autonoma. E non si tratta di parole. Già nel 1998, pur formulando critiche, Foreign Affairs, la rivista americana vicina al Dipartimento di Stato, con un articolo di Melvyn C. Goldstein si è lasciata sfuggire riconoscimenti importanti: nella Regione Autonoma Tibetana il 60-70% dei funzionari sono di etnia tibetana e vige la pratica del bilinguismo. Naturalmente c’è sempre spazio per miglioramenti; resta il fatto che, in seguito alla diffusione dell’istruzione, la lingua tibetana è oggi parlata e scritta da un numero di persone ben più elevato che nel Tibet pre-rivoluzionario. È da aggiungere che solo la distruzione dell’ordinamento castale e delle barriere che separavano i “semidei” dagli “esseri inferiori” ha reso possibile l’emergere su larga base di un’identità culturale e nazionale tibetana. La propaganda corrente è il rovesciamento della verità. Mentre gode di un’ampia autonomia, il Tibet, grazie anche agli sforzi massicci del governo centrale, conosce un periodo di straordinario sviluppo economico e sociale. Assieme al livello di istruzione, al tenore di vita, e alla durata media della vita cresce anche la coesione tra i diversi gruppi etnici, come è confermato fra l’altro dall’aumento dei matrimoni misti tra han (cinesi) e tibetani. Ma proprio ciò diventa il nuovo cavallo di battaglia della campagna anticinese. Ne è un esempio clamoroso l’articolo di Bernardo Valli su la Repubblica del 29 novembre. Mi limito qui a citare il sommario: “L’integrazione tra questi due popoli è l’ultima arma per annullare la cultura millenaria del paese sul tetto del mondo”. Chiaramente, il giornalista si è lasciato abbagliare dall’immagine di un Tibet all’insegna della purezza etnica e religiosa che è il sogno dei gruppi fondamentalisti e secessionisti. Per comprenderne il carattere regressivo, basta ridare la parola al cronista che ha ispirato Hollywood. Nel Tibet pre-rivoluzionario, oltre ai tibetani e ai cinesi “si possono incontrare anche lhadaki, bhutanesi, mongoli, sikkimesi, kazaki e via dicendo”. Sono ben presenti anche i nepalesi: “Le loro famiglie rimangono quasi sempre nel Nepal, dove anche loro ritornano di tanto in tanto. In questo differiscono dai cinesi, che sposano volentieri donne tibetane, conducendo una vita coniugale esemplare” (pp. 168-9). La maggiore “autonomia” che si rivendica, non si sa bene se per il Tibet propriamente detto ovvero per il Grande Tibet, dovrebbe comportare anche la possibilità per il governo regionale di vietare i matrimoni misti e di realizzare una purezza etnica e culturale che non esisteva neppure prima del 1949?
3. La cooptazione del Dalai Lama nell’Occidente e nella razza bianca e la denuncia del pericolo giallo
L’articolo di Repubblica è prezioso perché ci permette di cogliere la sottile vena razzista che attraversa la campagna anticinese in corso. Com’è noto, nel ricercare le origini della razza “ariana” o “nordica” o “bianca”, la mitologia razzista e il Terzo Reich hanno spesso guardato con interesse all’India e al Tibet: è di qui che avrebbe preso le mosse la marcia trionfale della razza superiore. Nel 1939, al seguito di una spedizione delle SS, l’austriaco Harrer giunge nell’India del nord (oggi Pakistan) e di qui poi penetra nel Tibet. Allorché incontra il Dalai Lama, subito lo riconosce e lo celebra come membro della superiore razza bianca: “La sua carnagione era molto più chiara di quella del tibetano medio, e in qualche sfumatura anche più bianca di quella dell’aristocrazia tibetana” (p. 280). Del tutto estranei alla razza bianca sono invece i cinesi. Ecco perché è un evento straordinario la prima conversazione che Sua Santità ha con Harrer: egli si trovava “per la prima volta solo con un uomo bianco” (p. 277). In quanto sostanzialmente bianco, il Dalai Lama non era certo inferiore agli “europei” ed era comunque “aperto a tutte le idee occidentali” (pp. 292 e 294). Ben diversamente si atteggiano i cinesi, nemici mortali dell’Occidente. Lo conferma ad Harrer un “ministro-monaco” del Tibet sacro: “nelle antiche scritture, ci disse, si leggeva una profezia: una grande potenza del Nord muoverà guerra al Tibet, distruggerà la religione e imporrà la sua egemonia al mondo” (p. 141). Non c’è dubbio: la denuncia del pericolo giallo è il filo conduttore del libro che ha ispirato la leggenda hollywoodiana del Dalai Lama. Torniamo alla foto di gruppo che ha concluso il suo recente viaggio: fisicamente assenti ma idealmente ben presenti si possono considerare Richard Gere e gli altri divi di Hollywood, inondati di dollari per celebrare la leggenda del Dio-Re venuto dall’Oriente misterioso. È doloroso ammetterlo, ma bisogna prenderne atto: è ormai da qualche tempo che, volte le spalle alla storia e alla geografia, una certa sinistra si rivela in grado di alimentarsi solo di miti teosofici e cinematografici, senza prendere le distanze neppure dai miti cinematografici più torbidi.
http://www.lernesto.it/index.aspx?m=77&f=2&IDArticolo=4783
26 Agosto 2008

www.resistenze.org - popoli resistenti - cina - 30-03-08 - n. 221
Cinque domande sulla ribellione in Tibet
1) Che cos’è successo realmente? – 2) Qual’era l’obiettivo di questa ribellione? – 3) Bugie mediatiche: per quale fine? – 4) Il movimento tibetano è spontaneo e indipendente? – 5) La Cina è condannata da tutta la comunità internazionale?
Michel Collon
30/03/2008
Introduzione: Fatti! Fatti, e ancora fatti!
Dopo il nostro ultimo “speciale Tibet” abbiamo ricevuto moltissime lettere. Non possiamo rispondere a ciascuna. Faccio le mie scuse. Dalle lettere ricevute emergono tre tendenze (ricordiamo che il nostro notiziario raggiunge cinquantamila destinatari e arriva a persone di vario orientamento politico, non solo di sinistra).
- Molti gradiscono il nostro lavoro e lo diffondono.
- Molti altri cercano di dialogare e di porci delle domande costruttive, il che coincide con i nostri propositi.
- Altri ancora, sono così indignati che ci affibbiano ogni tipo di epiteti. Ma ci può essere un dialogo con gli epiteti? Noi rispondiamo Fatti! Fatti e ancora fatti!
Una precisazione, qui non si tratta di difendere tutto ciò che fa Pechino (per esempio quello che è successo durante la rivoluzione culturale). Si tratta del diritto dei cittadini a ricevere una informazione corretta ed esaustiva. Indispensabile per farsi un’opinione. E per farlo, bisogna sentire la versione di entrambe le parti. Cosa penseremmo di un giudice che non volesse ascoltare entrambe le parti?
Da quattro anni questo sito informa sulle menzogne mediatiche. Se c’è stata disinformazione in Irak, Yugoslavia, Palestina, Venezuela e in tutti i grandi conflitti in cui erano in gioco gli interessi statunitensi ed europei, perché il Tibet dovrebbe essere un’eccezione?
Sebbene del contenuto degli articoli risponda un solo autore, noi vorremmo fare tre domande:
- Se quello che capita in Tibet è così chiaro, perché ci hanno propinato tante bugie mediatiche negli ultimi giorni?
- Perché non si spiega che questi fatti sono stati preparati dalla CIA con metodi già utilizzati in precedenza, contro il Vietnam o per far cadere Salvdor Allende?
- Perché si nascondono gli interessi strategici che hanno gli USA in quella regione? A questo proposito citiamo il documento fondante della politica di Bush: il già noto “Project for a New American Century (PNAC)”. In quel documento la Cina appare come l’ostacolo principale alla dominazione mondiale degli USA.
Ciascuno deve farsi la sua opinione senza lasciarsi impressionare.
Michel Collon e la squadra Investig'Action
Cinque domande sulla ribellione in Tibet
Peter Franssen
Questo notiziario è totalmente dedicato ai fatti che si sono svolti in Tibet. Lo scorso venerdì 14 marzo si è verificata una ribellione a Lhasa, capitale della Regione Autonoma del Tibet. Ciò che è successo ha scatenato proteste in tutto il mondo contro l’intervento della polizia antisommossa e dell’esercito cinese. Seguono cinque domande essenziali e un abbozzo di risposta per ognuna.
1. Cos’è successo davvero?
In Occidente l’opinione pubblica ha avuto l’impressione che dei manifestanti pacifici, diretti da monaci, avessero sfilato per le strade di Lhasa per chiedere libertà, e che la polizia cinese ed il suo esercito fosse intervenuto in modo molto repressivo. Nei cinque, dieci giorni seguenti, molta gente continuava a mantenere questa versione. Nancy Pelosi, presidente del parlamento statunitense e numero due della gerarchia politica del suo paese, è una di quelle. Pelosi ha dichiarato pubblicamente che il comportamento della Cina era “una sfida alla coscienza del mondo”.
“Se non parliamo ora, non avremo mai più diritto di parlare”, ha aggiunto la signora. Il Dalai Lama l’ha ringraziata affermando che gli USA erano i “campioni della libertà e della democrazia”. Il Dalai Lama può dirlo perché ha la fortuna di essere tibetano e non di vivere in Vietnam, Cambogia, Laos, Afghanistan o Irak, per citare solo qualcuno dei paesi in cui gli USA, questi “campioni di libertà e democrazia”, hanno scatenato guerre. Guerre che hanno potuto contare sulla benedizione di questo pacifista dall’eterno sorriso che è il Dalai Lama.
Due giorni dopo la dichiarazione di Nancy Pelosi, il tedesco Hans-Gert Poettering, presidente del Parlamento Europeo, affermava che “se il governo cinese continua questa linea dura con il Tibet, dovremo pensare a boicottare i Giochi Olimpici”.
Questa proposta di boicottaggio l’aveva già fatta giorni prima il ministro francese degli Esteri Bernard Kouchner. Il suo collega tedesco, Frank Walter Steinmeier, ha anche lanciato un avvertimento alla Cina dichiarando che il suo comportamento avrebbe potuto compromettere i Giochi Olimpici.
Possiamo credere alla sincerità di Pelosi, Poettering, Kouchner o Steinmeier. Senza dubbio, tutte le dichiarazioni, i reportages, i video e le foto dei testimoni diretti dei fatti dimostrano proprio il contrario di quello che quei politici pretendono sia accaduto. Attualmente, possiamo dire con certezza, che lo scorso 14 marzo non ci sono state manifestazioni, ma un vero e proprio moto insurrezionale. Gruppi di giovani (a volte accompagnati da monaci), armati di coltelli, pugnali, pietre e bottiglie molotov, hanno dato fuoco a negozi, veicoli e abitazioni private. Ad eccezione dei turisti, sono stati minacciati tutti i tibetani. Non sono stati attaccati solo i cinesi (a volta fino alla morte), ma anche i musulmani hui. La violenza è stata brutale e di natura etnica e razzista. Raccogliamo una serie di testimonianze provenienti per lo più da fonti occidentali.
“Davanti al nostro hotel hanno dato fuoco a quattro edifici”
”Nell’incrocio davanti al mio hotel ho potuto vedere come alcuni tibetani inferociti prendevano a sassate i cinesi in motocicletta che passavano da lì. Quando qualcuno cadeva dalla motocicletta, li picchiavano brutalmente”, dichiara un turista olandese nel quotidiano De Volkskrant.
“Non si salvavano neanche gli anziani”
Il quotidiano francese Le Parisien ha pubblicato un’intervista con un turista canadese, John Kenwood. Il testimone racconta come una banda abbia tirato giù da una motocicletta e preso a botte un anziano. Un occidentale che passava da lì è riuscito a salvarlo.
Le immagini dell’insurrezione
Possiamo vedere alcune immagini in cui un uomo infuriato colpisce un cinese in motocicletta. Il cinese viene raggiunto da sei o sette pietre. Altri si lanciano sul di lui, lo atterrano e continuano a colpirlo, anche a terra. Più tardi raggiunge un ospedale. Ha perso un occhio.
Non si sono salvati né gli ospedali né le scuole.
Il bilancio è molto alto: 13 morti e 325 feriti, 422 negozi, 120 abitazioni private, 6 ospedali e 7 scuole hanno patito attacchi di varia gravità.
Cinque ragazze bruciate vive
Un gruppo di manifestanti ha incendiato un negozio di Lahsa. In quel negozio lavoravano sei commesse. Cinque sono morte bruciate vive. La più vecchia aveva 24 anni, la più giovane 18.
«Non manifestanti, ma criminali!»
Un articolo del giornale tedesco Junge Welt sostiene che non si trattava di manifestanti, ma di criminali!
“Intorno a me era tutto in fiamme”
Il giornalista Benjamin Morgan ha intervistato vari turisti stranieri che tornavano dalla capitale tibetana Lhasa. Ai turisti costava fatica trovare le parole giuste per descrivere le brutalità cui avevano assistito nei giorni prima.
“Attaccavano con pietre, coltelli da macellaio e machete”
La testimonianza dello spagnolo Juan Carlos Alonso.
I feriti raccontano la loro esperienza
Dal loro letto d’ospedale, due musulmani ci raccontano le loro esperienze.
Sono stati aggrediti anche i musulmani
James Miles spiega in che modo i teppisti attaccavano tutto quello che non era tibetano.
“Si è potuto vedere come picchiavano la gente fino alla morte”
Un turista danese offre la sua testimonianza. L’articolo è in danese, ma qui si può leggerne un estratto in inglese:
Un turista: “Il quartiere musulmano è stato distrutto completamente”
Negozi saccheggiati, incendiati.. Tutto il quartiere devastato.
2. Quale era l’obiettivo di queste violenze?
Provocare il governo cinese
C’è stata una ribellione spontanea? Si tratta di un’esplosione di furia popolare che, malauguratamente, è finita male? Questa è la versione che ci vuole dare il Dalai Lama. Le organizzazioni estremiste hanno ammesso che avevano pianificato ciò che è successo. La tattica prevista era provocare le autorità cinesi. Il 15 marzo, cioè il giorno seguente la ribellione, The Seattle Times ha pubblicato un articolo che portava il titolo “Esaminare la Cina”. Tsewang Rigzin, presidente dell’estremista Lega della Gioventù Tibetana, ha dichiarato che i Giochi Olimpici sono un’occasione per trasmettere la loro causa all’opinione mondiale. “Vogliamo sondare la Cina.Vogliamo che mostri il suo vero volto. Per questo la provochiamo così”.
I fatti hanno seguito il piano previsto. In questo video possiamo osservare, in circa 90 secondi, un uomo armato con due bastoni, in piedi sul tetto di un’auto della polizia. Si tratta del dirigente di una delle bande di violenti. Quell’uomo, facente parte della Lega della Gioventù Tibetana, è noto ai servizi segreti della polizia cinese. È passato alla clandestinità. Quell’uomo faceva parte di un gruppo di 40 tibetani che un mese prima dei fatti, avevano ricevuto un corso intensivo di tre giorni nella città indiana di Dharamshala, dove si trovava il Dalai Lama. Uno degli istruttori non era niente meno che il capo de “The Voice of Tibet”, un’emittente radio finanziata dalla CIA. Durante il corso vennero trattate tematiche come il ruolo dei media, la situazione del Tibet, l’importanza dei Giochi Olimpici, l’importanza di un’azione coordinata sul campo.
I due manuali utilizzati in quel corso erano già stati usati in precedenza, per esempio nell’Europa dell’Est, dove giovani di organizzazioni di estrema destra, Otpor (Serbia) e Pora (Ucraina), diretti e formati dalla CIA e da altri servizi segreti, hanno partecipato a questi corsi per preparare la famosa “rivoluzione arancione”. Nel 2006 l’Istituto Albert Einstein ha tradotto quei manuali. Il prologo di uno è nientemeno che del Dalai Lama.
Restaurare la teocrazia
La dichiarazione del presidente dell’organizzazione della gioventù che troviamo qui sotto, coincide con gli obiettivi della ribellione fissata da cinque organizzazioni tibetane separatiste. In questo testo si vede chiaramente che le cinque organizzazioni pretendevano far scoppiare una rivolta che ponesse fine alla “occupazione”. Queste sono: il Congresso della Gioventù Tibetana, la Associazione delle Donne Tibetane, il Movimento Gu-Chu-Sum del Tibet, il partito Nazionale Democratico del Tibet e gli Studenti per un Tibet Libero. Nella sua piattaforma di rivendicazioni possiamo trovare l’obiettivo del ritorno del Dalai Lama in Tibet, a cui “conviene dare il posto che gli spetta per diritto come dirigente legittimo del popolo tibetano”. Queste organizzazioni pretendono, pertanto, il ritorno della teocrazia in Tibet. E’ come se i fondamentalisti cattolici volessero la restaurazione dell’ordine feudale medievale in Europa, “consegnando al Papa il suo posto legittimo” alla guida del potere temporale.
Declaration Tibetan Uprising (Dichiarazione sull’insurrezione tibetana) 4 gennaio 2008.
Indurre all’escalation di violenza
Di fronte all’opinione pubblica mondiale il movimento tibetano sembra molto amichevole e pacifico, essenzialmente spirituale e dedicato all’elevazione delle anime. Ma ciò che è successo a Lhasa ci mostra una realtà molto diversa. Sei giorni dopo i morti a Lhasa, dopodiché era legittimo aspettarsi una pausa da parte degli istigatori delle violenze, quelle provocazioni si sono di nuovo verificate. Il 20 marzo appartenenti alle cinque organizzazioni separatiste menzionate si sono riunite col Dalai Lama e gli hanno chiesto di fare un appello alla violenza.
Tibetan Youth Congress meets Dalai Lama Meyul (Il Congresso della Gioventù Tibetana si riunisce col Dalai Lama) 20 marzo 2008
Per ottenere lo smembramento della Cina
Alcune fra le principali autorità del movimento tibetano pretendono di smembrare la Cina e nei loro desideri non c’è solo il Tibet, ma vorrebbero che la Regione Autonoma dello Xinjiang e della Mongolia si separassero dalla Cina. Le cinque organizzazioni sopra citate hanno organizzato una “marcia della pace”, cominciata il 10 marzo dalla città indiana di Dharamsala. Questa marcia avrà una durata di cinque mesi e prevede di superare la frontiera tra India e Tibet il prssimo 8 agosto, cioè il giorno dell’inaugurazione del Giochi Olimpici. Ma alla marcia non parteciperanno solo i tibetani. Come dicono loro, lo faranno “con popolazioni di altri territori occupati, come Mongolia e Turkmenistan orientale (Xinjiang)». Anche questi “territori occupati” devono essere liberati.
Tibetaanse Vredesmars: 'Return Home March' Passie voor de Rechten van de Mens (Marcia tibetana per la pace. “La marcia del ritorno al paese”, una passione per i diritti umani) 8 marzo 2008.
3. Menzogne mediatiche, ma con quale obiettivo?
La maggioranza dei politici e dei media hanno condannato la Cina per quanto è accaduto a Lhasa. Ma come si comporterebbero se bande di giovani rivoltosi si mettessero a rubare e incendiare i negozi di Avenue Louise a Bruxelles? Non reclamerebbero l’intervento della polizia e dure sanzioni? Venerdì 14 marzo per tutto il giorno, la polizia ha agito con molta cautela a Lhasa. Ma nei nostri media abbiamo potuto leggere che la Cina aveva reagito con “eccessive violenze”. Per trasmettere questo messaggio all’opinione pubblica, alcuni media hanno giocato sporco. Hanno cercato di convincerci che gli assassini e gli incendiari erano combattenti per la libertà, duramente repressi. Hanno cercato di screditare la politica cinese ad ogni costo.
Questo 14 marzo i tibetani a Lhasa sono stati “abbattuti come cani” dice la ABC:
Lo International Herald Tribune ha comunicato ai suoi lettori che c’erano stati 30 morti per la repressione cinese.
Radio Free Asia ha presentato un video nella sua pagina web con l’informazione che centinaia di persone “protestavano pacificamente” a Lhasa fino a quando “la polizia cinese ne ha uccisi due”. Sembra che quest’emittente della CIA si crei da sé le menzogne, visto che nel video si vedono solo dei veicoli incendiati. Neanche un poliziotto.
Le menzogne mediatiche smontate dalla critica
Gli studenti cinesi all’estero sono rimasti indignati per il trattamento di queste notizie da parte dei media occidentali.
Perciò hanno aperto una pagina web: www.anti-cnn.com/ dove sono confutate queste frottole e la loro critica è contenuta in questo video di quattro minuti:
Reporters senza vergogna
Ad eccezione delle organizzazioni che girano intorno al Dalai Lama, l’organizzazione Reporters Sans Frontieres (RSF) in questa campagna si è distinta per le menzogne contro la Cina. RSF pretende di essere un’organizzazione indipendente che difende la libertà di stampa e i diritti umani in tutto il pianeta. Ha sufficiente influenza sui media occidentali, anche se come organizzazione non è altro che una fabbrica di bugie. RSF non ha smesso di pubblicare articoli che fomentano l’odio e incolpano la Cina delle violenze e delle vittime. Non poteva mancare l’appello al boicottaggio dei Giochi Olimpici.
RSF è diretto e in parte sovvenzionato dalla CIA. Il suo capo, Robert Menard, un uomo che mantiene strette relazioni con la mafia di Miami. RSF afferma che “Cuba è la prigione di giornalisti più grande del mondo”. Una affermazione sospendente,se teniamo conto che negli ultimi quaranta anni 791 giornalisti sono stati assassinati in America Latina e nemmeno uno è stato ucciso a Cuba.
Robert Ménard e la sua squadra sono molto attivi nella critica a Cuba. Menard è l’uomo che la settimana scorsa ha cercato di sabotare la cerimonia dell’accensione della fiamma olimpica. Anche se i media continuano a credere alle falsità di Menard, l’UNESCO non si sbaglia; giusto poco tempo fa ha chiuso la collaborazione con RSF. La ragione? In varie occasioni RSF aveva mostrato mancanza d’etica nel trattare certi paesi in modo molto poco obiettivo.
4. Il movimento tibetano è spontaneo e indipendente?
In Cina vivono circa 5,4 milioni di tibetani, cioè lo 0,4% della popolazione totale del paese. Il piccolo valoroso Davide contro il gigante malefico Golia: questa è l’immagine che viene propinata all’opinione pubblica. Anche in questo caso la verità è molto diversa. Il principale sostegno del movimento tibetano sono gli USA e più concretamente la CIA e il Ministero statunitense degli Esteri. Da più di mezzo secolo, il Dalai Lama ha rapporti strettissimi con questi due pilastri della politica estera degli USA; Il Dalai Lama se ne andò dal suo paese per rifugiarsi in India su richiesta della CIA in cambio di una grande quantità di dollari, nonostante l’accordo con il governo di Pechino. Da molti anni la CIA stava preparando una sollevazione armata nel Tibet. La ribellione è scoppiata nel 1959, in quell’epoca la CIA aveva un campo d’addestramento nel Colorado, dove allenava centinaia di tibetani in tecniche di guerriglia e terrorismo.Questo programma durò fino al 1961. Ma il conflitto di bassa intensità (LIC) che la CIA mantiene in Tibet ha continuato a funzionare fino ad oggi. Sono cambiati solo i metodi e le tattiche del LIC. Per maggiori informazioni: www.atimes.com/atimes/China/JC26Ad02.html
Finanziamento attraverso la CIA
L’influenza degli USA sul movimento tibetano è evidente quando notiamo che sono principalmente proprio loro quelli che sostengono quel movimento. Nel 1998, il giornalista Jim Mann ha scritto un interessante articolo nel quotidiano australiano The Age basandosi su documenti ufficiali delle autorità statunitensi. Questo articolo rivelava, tra l’altro, che negli anni 60 la CIA aveva dato 1,7 milioni di dollari l’anno al movimento tibetano all’estero. Il Dalai Lama riceveva direttamente 180.000 dollari all’anno.
Naturalmente, possiamo domandarci quale sia la qualità democratica del Dalai Lama se il suo movimento riceve appoggio economico da un’organizzazione responsabile di milioni di morti in molti luoghi del pianeta.
Finanziamento attraverso la NED
Nello stesso periodo e in seguito, la CIA dovette affrontare delle critiche per l’applicazione del programma Phoenix in Vietnam, che costò la vita a 26.000 persone, il golpe contro il presidente Allende in Cile e l’appoggio degli squadroni della morte in America Latina. Per questa ragione, una parte delle attività della CIA vennero trasferite ad un nuovo organismo, chiamato cinicamente National Endowment for Democracy (NED, Dotazione Nazionale a favore della Democrazia). Da allora, gran parte del denaro che il movimento tibetano ha ricevuto, arriva dalle sue casse. Venne anche finanziata, fra gli altri, la International Campaign for Tibet (ICT), un’organizzazione il cui obiettivo era allineare l’opinione pubblica mondiale a quella del Dalai lama. Il Consiglio d’amministrazione della ICT è formato, fra gli altri, dall’agente della CIA e presidente ceco Vaclav Havel e dal vecchio presidente della Lituania Vytautas Landsbergis. Queste due persone sono anche membri del Comitato Internazionale per la Democrazia a Cuba, un club d’elite di estrema destra.
Un altro beneficiario del denaro statunitense è il Tibet Fund (Fondo Tíbet). Quest’organizzazione ha come obiettivo quello di convincere i tibetani e il resto del mondo della legittimità del Dalai Lama. Nel 2001, Sharon Bush era la sua direttrice: niente di più e niente di meno che la cognata dell’attuale presidente degli USA.
Un altro gruppo che riceve denaro dal NED è la Tibet Information Network (Rete d’informazione sul Tíbet), la cui sede è a Londra. Questo gruppo ha una vocazione propagandistica. E’ diretto da Oppenheimer, un giornalista che ha lavorato 22 anni per la BBC.
Anche la Tibetan Literary Society (Società Letteraria Tibetana) è finanziata dal NED, per la pubblicazione del giornale Bod-Kyl-Dus-Bab(Tibet Times).
Nei bilanci della Ned compare anche il Tibet Multimedia Center, che diffonde registrazioni audio e video con messaggi del Dalai Lama. La Tibetan Review Trust Society è, anche questa, finanziata dal NED per le sue pubblicazioni in tibetano e cinese.
Finanziamento attraverso il ministero statunitense per gli Affari Esteri
Il NED non è l’unico a fornire fondi al movimento tibetano. Il Dalai Lama e il suo entourage ricevono grandi somme di denaro attraverso il Bureau of Democracy, Human Rights and Labor (DRL – Ufficio per la Democrazia, i Diritti Umani e il lavoro) del Ministero degli Esteri. Il DRL riceve denaro dallo stato per favorire “la democrazia e i diritti umani” in tutto il mondo. Destina la quarta parte a organizzazioni che si interessano alla “democrazia e diritti umani” in Cina. La maggioranza sono tibetani. L’anno scorso il DRL ha donato 23 milioni di dollari. Un terzo di questo donato è stato dato al Ned, il resto lo ha spartito lo stesso DRL. Tra gli altri beneficiari, il Tibet Fund prima citato. L’ultimo rapporto annuale del Tibet Fund è datato 2005.
In quel documento possiamo notare che quell’anno disponeva di cinque milioni di dollari, di cui la metà proveniva dal governo statunitense, specialmente dall’Ufficio di Popolazione, Rifugiati e Immigrazione del Ministero degli Esteri. Quest’ufficio è una sezione del DRL. Nel 2005 il Dalai Lama ha ricevuto direttamente 500.000 dollari del fondo.
Finanziamento proveniente dall’Europa
Il governo statunitense è il principale fornitore di risorse al movimento tibetano. Pertanto, è comprensibile la predilezione del Dalai Lama nei confronti della politica estera degli USA. Ma i governi europei non sono da meno. Grandi fette dei pagamenti al movimento tibetano non sono fatti direttamente, ma per mezzo di fondazioni come, per esempio, la Friedrich Naumann Stiftung Foundation e la Heinrich Böl Stiftung Foundation. Il Dalai Lama, nel 2005 ha conferito il premio Light of Truth (Luce della verità) al conte Otto Lambsdorff, presidente della Friedrich Naumann Stiftung.
5. La Cina è condannata da tutta la comunità internazionale?
Se crediamo alle informazioni occidentali, la Cina è completamente isolata, perciò tutto il mondo condanna la sua politica. In realtà, dallo scorso 14 marzo, un centinaio di paesi hanno manifestato pieno sostegno alla Cina. Le parole “comunità internazionale” in bocca al presidente statunitense Bush, del francese Sarkozy e della cancelliera tedesca Merkel, non rappresentano che loro stessi. Asia America Latina e Africa non fanno parte del coro. Ricordiamo che la “comunità internazionale” di G. Bush appoggiava anche la guerra contro l’Irak. Ma se guardiamo meglio, questo non era vero in assoluto.
Secondo Vietnam, Cambogia e Bangladesh, la Cina si è comportata correttamente.
I governi di Vietnam, Cambogia e Bangladesh sono stati i primi ad esprimere il loro appoggio alla Cina. Il viceministro vietnamita degli Esteri ha dichiarato: “Il Vietnam appoggia pienamente il governo cinese in merito alle misure applicate per stabilizzare la situazione nel Tibet”.
Hugo Chávez appoggia la Cina e i Giochi Olimpici
Il presidente venezuelano ha condannato le violenze degli incendiari di Lhasa. Egli è convinto che i responsabili sono gli USA.
Russia, Bielorussia, Pakistan, i paesi arabi…
Non hanno manifestato appoggio a Pechino solo i diretti vicini.
I paesi dell’Asia centrale, Sierra Leone, Benin, Siria, Mongolia, Nepal, Tagikistán...
La lista è lunga. In merito alla sollevazione di Lhasa, il ministro siriano degli Esteri ha dichiarato: “La Siria condanna i fatti e coloro che vi sono dietro.Esprimiamo la nostra solidarietà e ci dichiariamo a favore della posizione della Cina”.
“Cuba condanna i fatti recentemente accaduti nel Tibet”.
In questi duri termini il governo cubano ha condannato la sollevazione di Lhasa. Anche Cuba ha dichiarato che “le aggressioni contro 19 ambasciate e consolati cinesi in 16 paesi sono una gravissima violazione dello spirito e della carta della Convenzione di Vienna sui rapporti diplomatici e consolari”.

www.resistenze.org - popoli resistenti - cina - 25-05-03
Menzogne americane sul Tibet e sul Dalai Lama.
Media commerciali e ufficiali propongono incessantemente la versione americana del tormento che il Tibet avrebbe subito dall’aggressore e sterminatore cinese. Personalmente ero affascinato anch’io dal buddismo tibetano e dalla santità del Dalai Lama. Ero pure addolorato per l’oppressione subita dai tibetani a causa dell’oppressione cinese. Bhè, come diciamo nel nostro motto, ho cambiato radicalmente idea per accordarla alla verità. Le mie conclusioni sono una profonda avversione per la “causa tibetana” (così come ce la propone Hollywood) e per il Dalai Lama.
Come di fronte ad ogni versione ufficiale, mi sono mosso alla ricerca di una verità alternativa. Non ero sicuro di trovarne una, ma volevo vedere se il “martirio” del Tibet è così univoco come gli americani vorrebbero far credere. Volevo vedere se i Cinesi possono essere considerati “aggressori” del Tibet come ripetono incessantemente i media legati a Washington e Londra. Questa ricerca è fatta in nome del solo principio che mi caratterizza: la ricerca della verità. E ho trovato delle cose sconcertanti…
Secoli di aggressioni, stermini, attentati, eccidi, guerre da parte degli occidentali al popolo cinese non fanno parte di questo articolo, ma vale la pena almeno accennarli per puntualizzare che nessun “occidentale” può parlare di aggressione cinese a chicchessia senza prima parlare di torture, umiliazioni, spoliazioni, stermini da parte degli occidentali ai danni dei “musi gialli”. Chiudiamo qui la parentesi su cui magari scriveremo un articolo dedicato.
L’imperialismo occidentale cerca incessantemente di promuovere la secessione del Tibet dalla Cina. Perfino una certa sinistra in buona fede si fa portavoce (assieme agli organi di informazione dell’Impero) di questa posizione per subalternità o mancanza di conoscenza. E veniamo ai fatti.
La sovranità cinese sul Tibet ha alle spalle secoli e secoli di storia. Il Tibet è territorio cinese dal tempo in cui in Europa non esistevano ancora gli Stati nazionali. I primi a mettere in discussione la sovranità cinese sul Tibet sono stati i fautori dell’imperialismo britannico. (1)(2) Come si legge in un manuale di storia asiatica (uno qualunque), i tentativi di distruggere la sovranità cinese sul Tibet sono la conseguenza di una politica volta allo “smantellamento della Cina”. (3) Non sono soltanto i comunisti cinesi a considerare il Tibet parte della Cina. Sun Yat-sen, primo presidente della Repubblica nata dal rovesciamento della dinastia Manciù, ne era convinto. Quando gli inglesi gli chiesero di partecipare attivamente alla Prima Guerra Mondiale per poter recuperare alla Cina i territori che la Germania le aveva strappato, lui rispose: “Voi vorreste strapparci anche il Tibet!”. (4) Prima della guerra fredda Washington riconosceva che il Tibet era territori cinese. Ancora nel 1949 il Dipartimento di Stato Americano pubblicò un libro sulle relazioni USA-Cina con una mappa che mostrava tutta la Cina, Tibet incluso dunque. (5)
Tuttavia, con l’avanzare del Partito Comunista Cinese e quindi con l’avvicinarsi al potere di un chiaro Partito di massa antimperialista, Washington cominciò a manipolare la realtà. Gli inizi di questa manipolazione possono essere rintracciati in una lettera del 13 gennaio 1947 al Presidente americano Truman da parte di Gorge R. Merrel, incaricato d’affari USA a Nuova Dheli. La lettera riguardava la “inestimabile importanza strategica” del Tibet e recitava: “Il Tibet può pertanto essere considerato come un bastione contro l’espansione del comunismo in Asia o almeno come un’isola di conservatorismo in un mare di sconvolgimenti politici”. E aggiunse che “l’altopiano tibetano […] in epoca di guerra missilistica può rivelarsi il territorio più importante di tutta l’Asia”. Questi particolari sono tratti da un autore americano per decenni funzionario della CIA. L’Autore evidenzia come il contenuto di questa lettera sia quasi combaciante con la visione imperialistica che aveva a suo tempo l’Inghilterra vittoriana impegnata nel “grande gioco” dell’espansione in Asia. (6) Il separatismo tibetano diviene uno strumento dell’imperialismo americano o, meglio, per dirla come il funzionario della CIA, diviene uno strumento degli “interessi geopolitica USA” per costringere il nuovo governo comunista di Mao a disperdere le forze, ponendo quindi le condizioni per un “cambiamento di regime a Pechino”.
Per portare a compimento questi “interessi geopolitici USA”, vennero addestrati “guerriglieri” nel Colorado e poi paracadutati in Tibet e riforniti per via aerea di armi, munizioni, apparecchiature ricetrasmittenti, ecc. A tali guerriglieri la CIA aggiunge la “collaborazione dei banditi Khampa di vecchio stile”. (7) In questo contesto si sviluppa la “rivolta tibetana” del 1959. E’ ancora il funzionario della CIA, Knaus, a raccontare i fatti: la rivolta faceva seguito ad un tentativo fallito da parte dei servizi segreti americani di provocare disordini in Cina a partire dalle Filippine; come disse un esponente della CIA, lo scatenamento della rivolta aveva “poco a che fare con l’aiuto ai tibetani”, perché lo scopo era quello di mettere in difficoltà i “comunisti cinesi”. Era la stessa logica che i servizi segreti americani usavano in Indonesia per “aiutare i colonnelli ribelli indonesiani nel loro sforzo di rovesciare Sukarno”, reo di essere troppo tollerante verso i comunisti di quel paese. (8) Come è noto il colpo di Stato verrà portato a termine grazie alla CIA nel 1965, col massacro di centinaia di migliaia di comunisti o di elementi tolleranti verso i comunisti. Sarebbero state meno feroci le forze finanziate e addestrate dalla CIA in Tibet se avesse vinto il separatismo? (9)
Penso che sia interessante far sapere che fu un agente della CIA a organizzare la fuga del Dalai Lama dal Tibet: questo agente visse più tardi nel Laos “in una casa decorata con una corona di orecchie strappate dalle teste di comunisti morti”, come ci informa un docente americano su una rivista USA. (10)
Dopo il fallimento in territorio cinese della rivolta tibetana, i servizi segreti americani danno inizio ad una campagna mediatica in occidente. Nonostante che il Dalai Lama fosse considerato allo stesso modo dei colonnelli macellai indonesiani, come il capo della rivolta reazionaria anticomunista filo-occidentale, ora viene santificato. Diventa il leader della non violenza. Lo stesso buddismo tibetano diventa una dottrina e una tecnica spirituale sublime. L’industria cinematografica americana si adopera per proporre incessantemente questo falso mito.
Ma la storia ha dei precedenti. Quando agli inizi del Novecento gli inglesi e la Russia si contendevano il Tibet, regione della Cina, correva voce che lo Zar in persona si fosse convertito al buddismo. (11)
Oggi, invece, sono la CIA e Hollywood ad essere convertiti al buddismo. Una conversione che ha del miracoloso se si pensa che l’Occidente ha sempre disprezzato il buddismo tibetano come sinonimo di dispotismo orientale, con la sua figura di Dio-Re. Basti ricordare il disprezzo dei padri della cultura occidentale come Rousseau, Herder e Hegel. Fino ai primi anni del 1900 i lama sono considerati una “incarnazione di tutti i vizi e di tutte le corruzioni, non già dei lama defunti”. (12)
Quando la Gran Bretagna si accinse poi alla conquista del Tibet lo fece in nome della civiltà contro “quest’ultima roccaforte dell’oscurantismo”, per civilizzare “questo piccolo popolo miserabile”. (13)
Oggi la propaganda americana cerca di rimuovere l’infamia della teocrazia tibetana. Come illustra lo stesso storico Morris, quello che era in carica agli inizi del ‘900 “era uno dei pochi Dalai Lama ad aver raggiunto la maggiore età, dato che la maggior parte di loro veniva eliminata durante la fanciullezza a seconda della convenienza del Consiglio di Reggenza”. (14)
Stando a quanto affermano Hollywood e la CIA, il buddismo tibetano è divenuto sinonimo di pace e tolleranza, oltre che di elevata spiritualità. Seguendo l’ideologia imperialistica anticomunista occidentale, “i tibetani sono dei superuomini e i cinesi dei subumani”. (15)
La teocrazia oscurantista tibetana è santificata dai media commerciali americani al servizio degli strateghi militari. La struttura castale si manifesta anche dopo la morte: il corpo di un aristocratico viene cremato o inumato, mentre i corpi della massa vengono dati in pasto agli avvoltoi. Poco tempo fa era l’“International Herald Tribune” che descriveva come durante i funerali di plebei fosse il sacerdote che staccava pezzo per pezzo la carne dalle ossa per facilitare il compito degli avvoltoi. La descrizione era minuziosa e seguita da uno studioso che spiegava il tutto in chiave “ecologica”. (16) Lo studioso non chiariva però perché all’equilibrio ecologico doveva contribuire solo il corpo dei plebei.
Vorrei chiarire la mia posizione: io non condanno queste pratiche disumane perché potrei rimanere vittima della mia cultura italiana; dovrei essere un tibetano per condannarle; ad ognuno la sua cultura. Io condanno il fatto che gli occidentali imperialisti appoggino pratiche così disumane per noi, sostengano movimenti sanguinari come il buddismo tibetano e siano pronti ad inventarsi ogni peggiore frottola (molto meno disumana) su falsi crimini di Cuba, di Saddam, di Pechino e di tutti gli avversari, salvo santificare la reazione più assoluta.
La Rivoluzione Culturale maoista si era scagliata contro la pratica castale, discriminatrice e violenta. Nel Tibet precedente alla Rivoluzione la teocrazia riduceva in schiavitù o servaggio la stragrande maggioranza della popolazione. Come scrisse uno scrittore radicalmente anticomunista, le riforme realizzate dal 1951 hanno “abolito feudalesimo e servaggio”. (17) La Rivoluzione abolì anche la teocrazia incarnata nel Dio-Re che pretendeva e pretende ancor oggi di essere il Dalai Lama. Fu attuata la separazione tra potere religioso e potere civile.
La Rivoluzione ha significato per i tibetani l’accesso a diritti umani prima del tutto sconosciuti, un miglioramento del tenore di vita e un sensibile prolungamento della vita media. E ciò è malgrado i media universalmente riconosciuto da tutti gli esperti analisti della regione. La Cina di oggi garantisce alla Regione Autonoma Tibetana libertà che non ha mai conosciuto in tutta la sua storia passata e recente. La regione tibetana, oltre ad avere il bilinguismo con prima lingua il tibetano, vede garantiti altri diritti nazionali quali la preferenza a favore dei tibetani e delle altre minoranze nazionali per quanto riguarda l’ammissione all’università, la carriera pubblica, ecc. (18)
Il santificato Dalai Lama viene insignito del Premio Nobel. Ma cosa chiede questo personaggio che si proclama Dio-Re? “Esige la creazione di un Grande Tibet, il quale includerebbe non solo il territorio che ha costituito il Tibet politico in età contemporanea, ma anche aree tibetane nella Cina occidentale, in larghissima parte perse dal Tibet già nel diciottesimo secolo”. (19) E poi esistono tibetani in Bhutan, Nepal, India. Tutti i loro territori dovrebbero far parte del Grande Tibet. Si tratta della pretesta di Hitler di riunificate nello lo stesso Stato tutti i territori che erano abitati da maggioranza tedesca. Il principio “nazionale” del Dalai Lama è quello di Hitler, con la sola differenza che del nazional-socialismo il Dalai Lama non ha neppure un briciolo di “socialismo”. E’ solo puro nazionalismo esasperato ai massimi livelli.
Ora, questa santità, Premio Nobel per la Pace, odia profondamente gli uomini che hanno la pelle gialla e parlano il cinese. Un odio viscerale, razzista, tanto che, quando l’India procedette al riarmo nucleare, trovò il suo più fiero sostenitore nel Premio Nobel, il Dalai Lama. Ma, ci domandiamo, almeno il multimiliardario Dalai Lama rappresenta il popolo tibetano? Risposta: nemmeno per sogno! E’ perfino il “Libro Nero del Comunismo” a riconoscere che un’elementare analisi storica “distrugge il mito unanimista alimentato dai partigiani del Dalai Lama”. (20) Alla liberazione pacifica del Tibet nel 1951, che portò alla caduta del regime teocratico, vi fu una resistenza accanita dei gruppi più reazionari e delle classi dei privilegiati, ma i comunisti poterono contare sull’appoggio della stragrande maggioranza della popolazione civile. Gli autori più anticomunisti e anticinesi del pianeta-Occidente si scagliano così contro la plebe tibetana, colpevole di “essersi collegata subito col regime comunista”; anche i monaci sono dei farabutti che “non esitano ad augurarsi che ‘presto sia liberato’ il Tibet” e che commettono il crimine di fraternizzare con i comunisti e l’esercito Popolare di Liberazione.
Per questi autori è inconcepibile come il Dalai Lama sia disprezzato non solo dalla maggior parte del popolo, ma anche da ampi settori religiosi tibetani. Ancora nel 1992, nel corso di un suo viaggio a Londra il Dalai Lama è oggetto di manifestazioni ostili da parte della più grande organizzazione buddista in Gran Bretagna, che lo accusa di essere un “dittatore spietato” e un “oppressore della libertà religiosa”. (21)
Oggi il Dalai Lama continua a sperare in una disintegrazione della Cina come è avvenuto nella tragedia che ha caratterizzato l’URSS. (22)
Michele – Risiko
NOTE: Le informazioni di questo articolo sono ricavate da Domenico Losurdo, “La sinistra, la Cina e l’imperialismo”, ed. La città del Sole, Napoli. La sua opera di informazione è indispensabile sull’argomento. (1) Owen Lattimore, 1970, “La frontiera. Popoli e imperialismi alla frontiera tra Cina e Russia”, Einaudi, Torino. (2) Jacques Fernet, 1978, “Il mondo cinese. Dalle prime civiltà alla Repubblica Popolare”, Einaudi, Torino. (3) Jan Romein, 1969, “Il secolo dell’Asia. Imperialismo occidentale e rivoluzione asiatica nel secolo XX”, Einaudi, Torino. (4) Sun Yat-sen, 1976, “L’imperialismo dei bianchi e l’imperialismo dei gialli”, in “I tre principi del popolo”, Einaudi, Torino. (5) Herbert Aptheker, 1977, “America Foreign Policy and The Cold War” (1962), Krauss Reprint Millwood, N.Y. (6) Jhon Kenneth Knaus, 1999, “Orphans of the Cold War. American and the Tibetan Struggle for Survival”, PublicAffairs, N.Y. (7) Come sopra. (8) Come sopra. (9) Domenico Losurdo, 1999, “La sinistra, la Cina e l’imperialismo”, La città del Sole, Napoli. (10) Daniel Wikler, 1999, “The Dalai Lama and the CIA”, in “The New York Review of Books”, 23 settembre. (11) James Morris, 1992, “Pax Britannica”, The Folio Society, London. (12) Donald S. Lopez Jr., 1998, “Prisoners of Shangri – La. Tibetan Buddhism and the West”, University of Chicago Press, Chicago and London. (13) Vedi nota 11. (14) Come sopra. (15) Vedi nota 12. (16) Seth Faison, 1999, “In Tibean ‘Sky Burials’, Vultures Dispose of the Dead”, in “International Herald Tribune, 6 luglio. (17) Melvyn C. Goldstein, 1998, “The Dalai Lama’s Dilemma”, il “foreign Affairs”, gennaio-febbraio. (18) Seth Faison, 1999, “for Tibetans in Sichuan, Life in the Shadow of Intollerance”, in “International Herald Tribune”, 1 settembre. (19) Vedi nota 17. (20) Courtois et al., 1998, « Il Libro Nero del Comunismo », Mondaori, Milano. (21) Vedi nota 12. (22) Vedi nota 17.
28 Luglio 2008

Le Riflessioni di Fidel: le due Coree
La nazione coreana, con la sua peculiare cultura, differente da quella dei suoi vicini cinesi e giapponesi, esiste da tremila anni. È una caratteristica tipica delle società di questa regione asiatica, includendo la cinese, la vietnamita e altre. Nelle culture occidentali- alcune con meno di 250 anni – non si osserva nulla di simile.
I giapponesi avevano sottratto alla Cina, nella guerra del 1894, il controllo che esercitava sulla dinastia coreana e trasformarono il territorio in una loro colonia.
Per un accordo tra gli Stati Uniti e le autorità coreane, il protestantesimo fu introdotto nel paese nel 1892. Il cattolicesimo era ugualmente penetrato nello stesso secolo con le missioni. Si calcola che attualmente in Corea del Sud, circa il 25% della popolazione è cristiana e un altro 25% buddista. La filosofia di Confucio ha esercitato una grande influenza nello spirito dei coreani, che non si caratterizzano per la pratica fanatica della religione.
Due importanti figure occuparono i primi piani della vita politica di questa nazione nel XX secolo.
Syngman Rhee, nato nel marzo del 1875, e Kim Il Sung, 37 anni dopo, nell’aprile del 1912.
Le due personalità di diversa origine sociale si affrontarono partendo da circostanze storiche a loro estranee.
I cristiani si opponevano al sistema coloniale giapponese e tra loro Syngman Rhee, che era un praticante protestante.
La Corea cambiò status: Il Giappone si annesse il suo territorio nel 1910 e anni dopo, nel 1919, Rhee fu nominato presidente del governo provvisorio in esilio con sede a Shanghai, in Cina. Non utilizzò mai le ami contro gli invasori. La Lega delle Nazioni, a Ginevra non gli prestò attenzione.
L’impero giapponese fu brutalmente repressivo con la popolazione della Corea. I patrioti resistevano con le armi alla politica colonialista del Giappone e riuscirono a liberare una piccola zona dei terreni montagnosi del Nord negli ultimi anni del decennio del 1890.
Kim Il Sung, nato vicino a Pyongyang, a 18 anni entrò a far parte della guerriglia comunista coreana che lottava contro i giapponesi. Nella sua attiva vita rivoluzionaria ottenne il più alto comando politico e militare dei combattenti antigiapponesi del nord della Corea, quando aveva solo 33 anni.
Durante la Seconda Guerra Mondiale, gli Stati Uniti decisero il destino della Corea nel dopo guerra.
Entrarono nella guerra quando furono attaccati da una loro creatura: l’impero del sole nascente, le cui ermetiche porte feudali erano state aperte dal commodoro Perry nella prima metà del XIX secolo, puntando i cannoni su quello strano paese asiatico che non voleva commerciare con il nordamerica.
Il discepolo privilegiato, più tardi divenne un poderoso rivale, come ho già spiegato in un’altra occasione e il Giappone alcuni decenni dopo, attaccò la Cina e la Russia e s’impadronii inoltre della Corea.
Nonostante tutto, fu un astuto alleato dei vincitori della Prima Guerra Mondiale alle spalle della Cina. Accumulò forze e, trasformato nella versione asiatica del nazifascismo, cercò d’occupare il territorio della Cina nel 1937 e attaccò gli Stati Uniti nel dicembre del 1941.
Portò la guerra nel sud est asiatico e in Oceania.
Il dominio coloniale di Gran Bretagna, Francia, Olanda e Portogallo nella regione era condannato a sparire e gli Stati Uniti sorgevano come la potenza più poderosa del pianeta, bilanciata solamente dall’Unione Sovietica, allora distrutta dalla Seconda Guerra Mondiale per le immense perdite materiali e umane provocate dall’attacco nazista.
La Rivoluzione cinese era alla conclusione nel 1945, quando il massacro mondiale terminò. La lotta contro il Giappone occupava le sue energie.
Mao, Ho Chi Minh, Gandhi, Sukarno e altri leaders continuarono dopo la loro lotta contro il ritorno del vecchio ordine mondiale che era già insostenibile.
Truman lanciò su due città giapponesi la bomba atomica, un’arma nuova e terribilmente distruttiva della cui esistenza, come si è già spiegato, non aveva informato l’alleato sovietico, cioè il paese che aveva contribuito più di tutti alla distruzione del nazifascismo.
Nulla giustifica il genocidio commesso, nemmeno il fatto che la tenace resistenza giapponese era costata la vita di circa 15.000 soldati nordamericani nell’isola giapponese di Okinawa.
Il Giappone era sconfitto e quell’arma, lanciata contro un obiettivo militare, avrebbe avuto, prima o poi lo stesso effetto demoralizzante sul militarismo giapponese senza altri morti tra i soldati degli Stati Uniti. Fu un inqualificabile azione di terrore.
I sodata sovietici avanzavano verso la Manciuria e il nord della Corea come avevano promesso al termine dei combattimenti in Europa.
Gli alleati avevano definito precedentemente sino a che punto doveva giungere ogni forza. Nella metà della Corea doveva passare la linea di divisione, a metà tra il fiume Yalu e il Sud della penisola.
Il Governo nordamericano negoziò con i giapponesi le norme sulla resa delle truppe nel loro stesso territorio. Gli Stati Uniti avrebbero occupato il Giappone. In Corea, annessa al Giappone, sarebbe rimasta una gran forza del poderoso esercito giapponese.
A Sud del 38º Parallelo, la divisione stabilita, sarebbero prevalsi gli interessi degli Stati Uniti.
Syngman Rhee, posto nuovamente in questa parte del territorio dal governo degli USA, fu il leader che appoggiò la collaborazione aperta dei giapponesi. Vinse anche delle difficili elezioni nel 1948.
I soldati dell’esercito sovietico si erano ritirati dalla Corea de Nord nello stesso anno.
Il 25 giugno del 1959 scoppiò la guerra nel paese. Si discute ancora su chi fu il primo a sparare, se i combattenti del nord o i soldati nordamericani che montavano la guardia assieme ai soldati reclutati da Rhee.
La discussione manca di senso comune se si analizza da un punto di vista coreano.
I combattenti di Kim Il Sung lottarono contro i giapponesi per la liberazione di tutta la Corea. Queste forze avanzarono inarrestabili sino alle prossimità dell’ estremo sud, dove gli yankees si difendevano con l’appoggio notevole dei loro aerei d’attacco.
Seúl e le altre città erano state occupate.
McArthur, capo delle forze nordamericane del Pacifico, decise di ordinare uno sbarco della fanteria della marina a Incheon, nella retroguardia delle forze del nord, che già non potevano arrestarlo.
Pyongyang cadde nelle mani delle forze yankee dopo devastanti attacchi aerei e questo diede l’idea al comando militare nordamericano nel Pacifico, d’occupare tutta la Corea, già che l’Esercito di Liberazione Popolare della Cina, guidato da Mao Zedong, aveva inflitto una sconfitta schiacciante alle forze - a favore degli yankees – di Chiang Kai-shek, rifornite e appoggiate dagli stessi Stati Uniti.
Tutto il territorio continentale e marittimo di questo grande paese era stato recuperato con eccezione di Taipei e alcune altre piccole isole vicine, dove si rifugiarono le forze del Kuomintang, trasportate via nave dalla Sesta Flotta.
La storia dei fatti è ben nota e non va dimenticato che Boris Yeltsin ha consegnato a Washington, tra le altre cose, gli archivi dell’Unione Sovietica.
Che fecero gli Stati Uniti quando scoppio il conflitto inevitabile, date le premesse create in Corea?
Il Consiglio di Sicurezza della neonata Organizzazione delle Nazioni Unite, promossa dalle potenze che avevano vinto la Seconda Guerra Mondiale, approvò la risoluzione senza che alcuno dei cinque membri lo potesse vietare. In quei mesi la URSS aveva espresso la propria contrarietà per l’esclusione della Cina dal Consiglio di Sicurezza, dove gli Stati Uniti riconoscevano Chiang Kai-shek, con meno dello 0,3 per cento del territorio nazionale e meno del 2 per cento della popolazione. Come membro del Consiglio di Sicurezza con diritto al veto.
Questa arbitrarietà portò all’assenza del delegato russo e la conseguenza fu che nel Consiglio si giunse ad un accordo, dando alla guerra il carattere di un’azione militare della ONU contro il presunto aggressore: la Repubblica Popolare della Corea.
La Cina, estranea al conflitto che danneggiava la sua lotta - ancora non terminata - di liberazione del paese da una minaccia precisa e diretta contro il suo territorio, inaccettabile per la sua sicurezza, stando a dati pubblicati, inviò il suo primo ministro Zhou Enlai a Mosca, per spiegare a Stalin il suo punto di vista sull’inammissibilità della presenza delle forze della ONU, comandate dagli USA sulle rive del fiume Yalu, che limita la frontiera della Corea con la Cina, e per chiedere la cooperazione sovietica.
Non esistevano allora contraddizioni profonde tra i due giganti socialisti.
Il contraccolpo cinese – è stato affermato- era pianificato per il 23 ottobre e Mao lo pospose al 19 aspettando la risposta sovietica Era il massimo che poteva concedere.
Penso di concludere questa riflessione il prossimo venerdì. È un tema complesso e laborioso, che richiede un’attenzione speciale e dati molto precisi, quanto è possibile. Sono fatti storici che si devono conoscere e ricordare.
Fidel Castro Ruz - 22 luglio 2008 ( Ore 21.22 – Traduzione Gioia Minuti)
http://www.granma.cu/italiano/2008/julio/mier23/reflexiones.html
Le due Coree (II parte) (Prensa Latina) Il leader della Rivoluzione cubana Fidel Castro, ha scritto la seconda parte della sua riflessione sulle due Coree, e afferma che passo a passo, senza fretta però senza tregua, come corrisponde alla loro storia e alla loro cultura, continueranno a tessere i nessi che uniranno le due Coree. Di seguito Prensa Latina pubblica il testo dell’articolo del Comandante in Capo: “Il 19 ottobre 1950 oltre 400 mila combattenti volontari cinesi, eseguendo gli ordini di Mao Zedong, attraversarono il Yalu ed affrontarono le truppe degli Stati Uniti che avanzavano verso la frontiera cinese. Le unità nordamericane, sorprese dall'energica azione del paese da loro sottovalutato, furono obbligate, sotto la spinta delle forze congiunte cinesi e nord coreane, a retrocedere quasi fino alla costa meridionale. Stalin, che era straordinariamente prudente, fornì una cooperazione molto minore di quella che s’aspettava Mao, anche se preziosa, con l'invio d’aerei Mig-15 con piloti sovietici, su un fronte limitato di 98 chilometri, proteggendo durante le fasi iniziali le forze terrestri nella loro intrepida avanzata. Pyongyang fu riconquistata e Seul rioccupata, sfidando l'incessante attacco dell’aviazione degli Stati Uniti, la più potente che sia mai esistita. MacArthur era ansioso d’attaccare la Cina impiegando le armi nucleari. Ne richiese l’uso dopo la vergognosa sconfitta. Il presidente Truman fu obbligato a sostituirlo e nominare comandante dell’aviazione, della marina e dell’esercito degli Stati Uniti sul teatro delle operazioni, il generale Matthews Ridgway. Nell'avventura imperialista in Corea parteciparono, insieme agli Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Paesi Bassi, Belgio, Lussemburgo, Grecia, Canada, Turchia, Etiopia, Sudafrica, Filippine, Australia, Nuova Zelanda, Tailandia e Colombia. Questo fu l'unico paese dell’America Latina, presieduto dal governo unitario del conservatore Laureano Gomez, responsabile di enormi massacri di contadini. Come si vede, parteciparono anche l'Etiopia di Haile Selassie, dove ancora esisteva la schiavitù ed il Sudafrica, governato dai razzisti bianchi. Erano appena trascorsi cinque anni dalla fine del massacro mondiale, iniziato nel settembre del 1939 e conclusosi nell’agosto del 1945. Dopo i sanguinosi combattimenti nel territorio coreano, il 38° Parallelo ritornò ad essere il confine tra il Nord ed il Sud. Si calcola che in quella guerra morirono quasi due milioni di nord coreani, tra il mezzo milione ed un milione di cinesi ed oltre un milione di soldati alleati. Gli Stati Uniti persero circa 44 mila soldati; non pochi di questi erano nati a Portorico o in altri paesi latinoamericani, reclutati per partecipare ad una guerra, spinti dalla loro condizione d’immigranti poveri. Il Giappone ottenne enormi vantaggi da quel conflitto; in un anno, le fabbriche aumentarono del 50%, ed in due anni recuperò la produzione raggiunta prima della guerra. Ciò nonostante, non cambiò la percezione dei genocidi commessi dalle truppe imperiali in Cina ed in Corea. I governi giapponesi hanno reso onore agli eccidi commessi dai loro soldati, che in Cina avevano brutalmente violentato decine di migliaia di donne e assassinato centinaia di migliaia di persone, come è già stato spiegato in una riflessione. Straordinariamente laboriosi e tenaci, i giapponesi hanno trasformato il loro paese, carente di petrolio e di altre importanti materie prime, nella seconda potenza economica mondiale. Il PIL del Giappone, misurato in termini capitalistici - sebbene i dati cambino secondo le fonti occidentali -, ammonta oggi ad oltre 4.500 miliardi di dollari, e le sue riserve in valuta superano i mille miliardi. È ancora il doppio del PIL della Cina, 2.200 miliardi, benché questa possegga un 50% in più di riserve in valuta convertibile. Il PIL degli Stati Uniti, 12.400 miliardi, con un territorio 34,6 volte più esteso ed una popolazione 2,3 volte più numerosa, è solamente il triplo di quello giapponese. Oggi, mentre l’imperialismo si vede minacciato dalla recessione economica e contro la sicurezza della specie umana vengono brandite le sofisticate armi della superpotenza, il suo governo è uno dei sui principali alleati. Sono le indelebili lezioni della storia. La Cina, al contrario, fu notevolmente pregiudicata dalla guerra. Truman ordinò alla VI Flotta d’impedire lo sbarco delle forze rivoluzionarie cinesi che avrebbero totalmente liberato il paese, recuperando lo 0,3 % del loro territorio, occupato dall’esercito filoamericano di Chiang Kai-shek, lì rifugiatosi. I rapporti tra cinesi e sovietici si deteriorarono dopo la morte di Stalin, avvenuta nel marzo del 1953. Il movimento rivoluzionario si divise quasi dappertutto. Il drammatico appello di Ho Chi Minh fu una prova del danno occasionato e l'imperialismo, col suo enorme sistema mediatico, attizzò il fuoco dell'estremismo dei falsi teorici rivoluzionari, un tema in cui gli organi dell’intelligence statunitense diventarono degli esperti. Nell'arbitraria divisione, alla Corea del Nord era toccata la parte più impervia del paese. Ogni grammo di cibo doveva ottenerlo con sudore e sacrificio. La capitale Pyongyang era un ammasso di pietre. Dovevano essere curati numerosissimi feriti e mutilati di guerra. Erano bloccati e senza risorse. L'URSS e gli altri Stati del campo socialista erano impegnati nella loro ricostruzione. Il 7 marzo 1986, quando visitai la Repubblica Popolare Democratica della Corea, quasi 33 anni dopo la distruzione lasciata dalla guerra, era difficile credere a ciò che era successo. Quell’eroico popolo aveva costruito un’infinità di opere: grandi e piccole dighe e canali per accumulare l’acqua, per produrre elettricità, per rifornire le città ed irrigare i campi; centrali termoelettriche, importanti industrie meccaniche e di altri settori, di cui molte sotterranee, nelle viscere della terra, grazie ad un duro e metodico lavoro. Sprovvisti di rame ed alluminio furono obbligati ad utilizzare addirittura il ferro nelle linee di trasmissione, che divoravano l’energia elettrica, in parte derivata dal carbone fossile. La capitale ed altre città rase al suolo, furono completamente ricostruite. Contai milioni di nuove case nelle aree urbane e nelle campagne, e decine di migliaia d’impianti di ogni tipo. Un’infinità di ore di lavoro erano state trasformate in pietra, cemento, acciaio, legno, prodotti sintetici ed attrezzature. Ovunque potei osservare coltivazioni che sembravano giardini. Dappertutto, un popolo ben vestito, organizzato ed entusiasta, riceveva il visitatore. Meritava la cooperazione e la pace. Con il mio illustre anfitrione Kim Il Sung, affrontammo tutti i temi. Non lo dimenticherò. La Corea rimase divisa in due parti da una linea immaginaria. Il Sud visse un'esperienza differente. Era la parte più abitata ed aveva sofferto meno le conseguenze della guerra. La presenza di un'enorme forza militare straniera richiedeva la fornitura dei prodotti locali, dall'artigianato fino alla frutta ed alla verdura fresche, oltre ai servizi. Le spese militari degli alleati erano enormi. Lo stesso accadde quando gli Stati Uniti decisero di mantenere indefinitamente una grande forza militare. Le multinazionali occidentali e giapponesi investirono considerevoli somme negli anni della Guerra Fredda, estraendo ricchezze senza limiti dal sudore dei sud coreani, un popolo altrettanto laborioso ed abnegato come il suo fratello del Nord. I grandi mercati del mondo s’aprirono ai loro prodotti. Non erano bloccati. Oggi il paese ha raggiunto elevati livelli tecnologici e produttivi. Ha sofferto le crisi economiche occidentali, per cui molti imprese sud coreane sono state acquistate dalle multinazionali. Il carattere austero del suo popolo ha permesso allo Stato l'accumulazione d’importanti riserve in valuta. Oggi sopporta il peso della depressione economica statunitense, in particolare l’aumento dei prezzi dei combustibili e degli alimenti, e le pressioni inflazionistiche che ne derivano. Il PIL della Corea del Sud, 787.600 milioni di dollari, è uguale a quello del Brasile (796.000 milioni) e del Messico (768.000 milioni), entrambi con abbondanti risorse d’idrocarburi e con una popolazione straordinariamente più grande. L'imperialismo ha imposto a queste nazioni il suo sistema. Due sono rimaste indietro, l'altra è progredita. Dalla Corea del Sud emigrano in Occidente in pochi; dal Messico lo fanno in massa verso l’attuale territorio degli Stati Uniti; dal Brasile, dall’America del Sud e dall’America Centrale, ovunque, attratti dal bisogno di lavorare e dalla propaganda consumistica. Adesso li ricompensano con norme rigorose ed insultanti. La posizione di principio sulle armi nucleari sottoscritta da Cuba nel Movimento dei Paesi Non Allineati, ratificata durante il Vertice de L’Avana dell’agosto del 2006, è nota. La prima volta che salutai l'attuale leader della Repubblica Popolare Democratica della Corea, Kim Jong Il, fu quando giunsi all'aeroporto di Pyongyang e lui si trovava discretamente al lato del tappeto rosso, vicino a suo padre. Cuba mantiene eccellenti relazioni con il suo governo. Con la scomparsa dell'URSS e del campo socialista, la Repubblica Popolare Democratica della Corea perse importanti mercati e fonti d’approvvigionamento di petrolio, materie prime e attrezzature. Come per noi, le conseguenze furono molto dure. Il progresso raggiunto con grandi sacrifici fu minacciato. Ciò nonostante, furono capaci di produrre un’arma nucleare. Circa un anno fa, quando fu realizzato l’esperimento in questione, trasmettemmo al Governo della Corea del Nord il nostro punto di vista sul danno che ciò poteva causare ai paesi poveri del Terzo Mondo, impegnati in un’impari e difficile lotta contro i progetti dell'imperialismo in un'ora decisiva per il mondo. Forse non era necessario farlo. Kim Song Il, giunto a quel punto, aveva deciso in anticipo ciò che doveva fare, considerando i fattori geografici e strategici della regione. Siamo soddisfatti della dichiarazione della Corea del Nord sulla volontà di sospendere il suo programma d’armamento nucleare. Questo non ha nulla a che vedere con i crimini ed i ricatti di Bush, che ora si vanta della dichiarazione coreana come di un successo della sua politica genocida. Il gesto della Corea del Nord non è stato a favore del governo degli Stati Uniti, davanti al quale non ha mai ceduto, ma per la Cina, paese vicino ed amico, le cui sicurezza e sviluppo sono vitali per i due Stati. Ai paesi del Terzo Mondo interessano l'amicizia e la cooperazione tra la Cina e le due parti della Corea, la cui unione non deve essere necessariamente a discapito dell’una o dell'altra, come accadde in Germania, oggi alleata degli Stati Uniti nella NATO. Passo dopo passo, senza fretta, ma senza tregua, come s’addice alla sua cultura ed alla sua storia, continueranno ad intrecciarsi i legami che uniranno le due Coree. Con quella del Sud stiamo sviluppando progressivamente i nostri vincoli; con quella del Nord sono sempre esistiti e continueremo a rafforzarli.
Fidel Castro Ruz
http://www.cuba.cu/gobierno/reflexiones/2008/ita/f240708t.html
24 Luglio 2008
La vittoria cinese
di Fidel Castro Ruz
Senza alcune elementari nozioni storiche non si capirebbe il tema che affronto.
In Europa avevano sentito parlare della Cina. Marco Polo, nell’autunno del 1298, raccontò cose meravigliose del singolare paese che chiamò Catay. Colombo, navigatore intelligente ed audace, era al corrente delle conoscenze che possedevano greci sulla rotondità della Terra. Le sue stesse osservazioni lo facevano coincidere con quelle teorie. Ideò il piano di arrivare nel Lontano Oriente navigando dall’Europa verso occidente. Calcolò con eccessivo entusiasmo la distanza, molto più grande. Senza immaginarlo, tra l’Oceano Atlantico ed il Pacifico, questo continente gli attraversò la sua rotta. Magellano effettuerà il viaggio da lui concepito, anche se morirà prima d’arrivare in Europa. Con il valore delle specie raccolte fu pagata la spedizione incominciata con molte imbarcazioni, di cui ritornò una sola, preambolo dei futuri colossali guadagni.
D’allora, il mondo ha iniziato a cambiare a passo accelerato. Vecchie forme di sfruttamento si sono ripetute, dalla schiavitù fino alla servitù feudale; antiche e nuove credenze religiose si sono estese nel pianeta.
Da quella fusione di culture e vicende, accompagnata dai progressi della tecnica e dalle scoperte della scienza, nacque il mondo attuale, che non si può capire senza un minimo d’antefatti.
Il commercio internazionale, con i suoi vantaggi ed i suoi inconvenienti, s’impose con le potenze coloniali, quali la Spagna, l’Inghilterra ed altre potenze europee. Queste, specialmente l’Inghilterra, iniziarono subito a dominare il sud-ovest, il sud ed il sud-est dell’Asia, oltre all’Indonesia, l’Australia e la Nuova Zelanda, estendendo dappertutto il loro dominio con la forza. Ai colonizzatori mancava solo di sottomettere il gigantesco paese cinese, di millenaria cultura e favolose risorse naturali ed umane.
Il commercio diretto tra l’Europa e la Cina iniziò nel XVI Secolo, dopo che i portoghesi stabilirono l’enclave commerciale di Goa in India e di Macao nel sud della Cina.
Il dominio spagnolo nelle Filippine facilitò lo scambio accelerato con il grande paese asiatico. La dinastia Qin, che governava la Cina, cercò di limitare il più possibile questa svantaggiosa operazione commerciale con l’estero. La permise solamente nel porto di Canton, l’attuale Guangzhou. Per quanto riguarda le merci inglesi prodotte nella metropoli o ai prodotti spagnoli provenienti dal Nuovo Mondo, non essenziali per la Cina, la Gran Bretagna e la Spagna soffrivano le grosse perdite dovute alla scarsa domanda dell’enorme paese asiatico. Entrambe avevano incominciato a vendergli oppio.
Il commercio dell’oppio su grande scala era inizialmente dominato dagli olandesi da Giacarta, in Indonesia. Gli inglesi notarono che i guadagni s’avvicinavano al 400 per cento. Le loro esportazioni d’oppio, che nel 1730 furono di 15 tonnellate, aumentarono a 75 nel 1773, imbarcate in casse di 70 chilogrammi l’una; con questo compravano porcellana, seta, spezie e tè cinese. L’oppio, e non l’oro, era la moneta dell’Europa per acquistare le merci cinesi.
Nella primavera del 1830, dinanzi allo sfrenato abuso del commercio dell’oppio in Cina, l’imperatore Daoguang ordinò a Lin Hse Tsu, funzionario imperiale, di combattere la piaga e questi ordinò la distruzione di 20 mila casse d’oppio. Lin Hse Tsu inviò una lettera alla Regina Vittoria chiedendole il rispetto delle norme internazionali e che non permettesse il commercio delle droghe tossiche.
La risposta inglese furono le Guerre dell’Oppio. La prima durò tre anni, dal 1839 al 1842. La seconda, a cui s’aggiunse la Francia, quattro anni, dal 1856 al 1860. Sono conosciute anche come le Guerre Anglo-cinesi.
Il Regno Unito obbligò la Cina a firmare trattati disuguali, con cui s’impegnava ad aprire al commercio estero diversi porti e a consegnare Hong Kong. Vari paesi, seguendo l’esempio inglese, imposero termini disuguali di scambio.
Una simile umiliazione contribuì alla ribellione Taiping, dal 1850 al 1864, alla ribellione dei Boxer, dal 1899 al 1901, ed infine alla caduta della dinastia Quin nel 1911, che, per varie cause – tra cui la debolezza di fronte alle potenze straniere – era diventata in Cina enormemente impopolare.
Cosa accadde con il Giappone?
Questo paese, d’antica cultura e molto laborioso, come altri nella regione, resisteva alla “civilizzazione occidentale” e per oltre 200 anni – tra l’altro per il caos nella sua amministrazione interna – si era mantenuto ermeticamente chiuso al commercio estero.
Nel 1854, dopo un precedente viaggio di ricognizione con quattro cannoniere, una forza navale degli Stati Uniti, al comando del Commodoro Matthew Perry, minacciando di bombardare la popolazione giapponese – indifesa di fronte alla moderna tecnologia di quelle navi -, obbligò gli shogun a firmare, a nome dell’imperatore, il Trattato di Kanagawa del 31 marzo 1854. Iniziò così in Giappone l’innesto con il commercio capitalista e la tecnologia occidentali. Gli europei non conoscevano allora la capacità dei giapponesi di destreggiarsi in quel campo.
Dopo gli yankee, arrivarono dall’Estremo Oriente i rappresentanti dell’impero russo, temendo che gli Stati Uniti, a cui in seguito, il 18 ottobre 1867, vendettero l’Alaska, li superassero nello scambio commerciale con il Giappone. La Gran Bretagna e le altre nazioni colonizzatrici europee arrivarono rapidamente in quel paese con gli stessi fini.
Durante l’intervento degli Stati Uniti del 1862, Perry occupò diverse zone del Messico. Il paese perse al termine del conflitto oltre il 50 per cento del proprio territorio, esattamente le aree dove erano accumulate le maggiori riserve di petrolio e di gas, sebbene allora l’oro ed il territorio dove espandersi, erano il principale obbiettivo dei conquistatori.
La prima guerra cino-giapponese fu ufficialmente dichiarata il 1º agosto 1894. Il Giappone desiderava allora impadronirsi della Corea, uno Stato tributario e subordinato alla Cina. Con armamento e tecniche più evolute, sconfisse la forze cinesi in diverse battaglie nei pressi delle città di Seul y Pyongyang. Le successive vittorie militari aprirono il cammino verso il territorio cinese.
Nel mese di novembre di quell’anno presero Port Arthur, l’attuale Lüshun. Alla foce del fiume Yalu e nella base navale di Weihaiwei, sorpresa da un attacco terrestre dalla penisola di Liaodong, l’artiglieria pesante giapponese distrusse la flotta del paese aggredito.
La dinastia dovette chiedere la pace. Il Trattato di Shimonoseki, che pose fine alla guerra, fu firmato nell’aprile del 1895. Obbligava la Cina a cedere “per sempre” al Giappone Taiwan, la penisola di Liaodong e l’arcipelago delle Isole dei Pescatori; inoltre, a pagare un risarcimento di guerra di 200 milioni di talleri d’argento ed aprire quattro porti esteri. La Russia, la Francia e la Germania, difendendo i loro interessi, obbligarono il Giappone a restituire la penisola di Liaodong, pagando in cambio altri 30 milioni di talleri d’argento.
Prima di menzionare la seconda guerra cino-giapponese, devo inserire un altro episodio bellico di duplice importanza storica che ebbe luogo tra il 1904 ed il 1905 e che non si può trascurare.
Dopo il suo inserimento nella civiltà armata e nelle guerre per la ripartizione del mondo imposta dall’Occidente, il Giappone, che aveva già intrapreso la prima guerra contro la Cina, precedentemente segnalata, sviluppò sufficientemente il suo potere navale d’assestare un così forte colpo all’impero russo, che fu sul punto di provocare prematuramente la rivoluzione programmata da Lenin, dando vita a Minsk, dieci anni prima, al Partito che successivamente scatenò la Rivoluzione d’Ottobre.
Il 10 agosto 1904, senza nessun preavviso, il Giappone attaccò e distrusse a Shandong la Flotta Russa del Pacifico. Lo zar Nicola II di Russia, esaltato dall’attacco, ordinò di mobilitare e far salpare, verso l’Estremo Oriente, la Flotta del Baltico. Convogli di carboniere furono contrattate per portare in tempo il carico necessario alla Flotta, mentre navigava verso la sua lontana destinazione. Una delle operazioni di trasferimento del carbone dovette essere realizzata in alto mare per pressioni diplomatiche.
I russi, entrando nel sud della Cina, si diressero al porto di Vladivostok, l’unico disponibile per le operazioni della Flotta. Per giungere in quel punto vi erano tre rotte: quella di Tsushima era la migliore; le altre due richiedevano di navigare ad est del Giappone ed aumentavano i rischi e l’enorme usura delle sue navi e dell’equipaggio. L’ammiraglio giapponese pensò lo stesso: preparò il suo piano per questa scelta e posizionò le sue navi in modo che la Flotta giapponese, facendo un’inversione ad “U”, con tutte le sue imbarcazioni, in maggioranza incrociatori, passasse ad una distanza approssimativa di 6 mila metri dalle navi avversarie, con numerose corazzate, che sarebbero state alla portata degli incrociatori giapponesi, dotati di personale rigorosamente addestrato all’impiego dei loro cannoni. A causa del lungo tragitto, le corazzate russe navigavano a soli 8 nodi contro i 16 delle navi giapponesi.
L’operazione militare è conosciuta con il nome di Battaglia di Tsushima. Ebbe luogo i giorni 27 e 28 maggio 1905.
Per l’impero russo parteciparono 11 corazzate ed 8 incrociatori.
Comandante della Flotta: Ammiraglio Zinovy Rozhdestvensky.
Perdite: 4.380 morti, 5.917 feriti, 21 navi affondate, 7 catturate e 6 rese inutilizzabili.
Il comandante della Flotta Russa fu ferito da un frammento di proiettile che lo colpì alla testa.
Per l’impero giapponese parteciparono: 4 corazzate e 27 incrociatori.
Comandante della Flotta: Ammiraglio Heichachiro Togo.
Perdite: 117 morti, 583 feriti e 3 torpediniere affondate.
La Flotta del Baltico fu distrutta. Napoleone l’avrebbe qualificata come un’Austerlitz del mare. Chiunque può immaginarsi quale profonda ferita causò questo drammatico fatto nel tradizionale orgoglio e patriottismo russi.
Dopo la battaglia, il Giappone diventò una temuta potenza navale, rivaleggiando con la Gran Bretagna e la Germania e competendo con gli Stati Uniti.
Il Giappone rivendicò il concetto della corazzata come arma principale degli anni futuri. Si dedicarono completamente al compito di potenziare l’Armata Imperiale giapponese. Richiesero e pagarono un cantiere navale inglese per la costruzione di un incrociatore speciale, con l’intenzione di riprodurlo successivamente nei cantieri giapponesi. In seguito fabbricarono corazzate che superavano le loro contemporanee per blindatura e potenza.
Non esisteva sulla Terra nessun altra nazione che eguagliasse nella progettazione di navi da guerra l’ingegneria navale giapponese degli anni Trenta.
Ciò spiega l’azione temeraria con cui un giorno attaccarono il loro maestro e rivale, gli Stati Uniti, che con il Commodoro Perry li iniziarono al cammino della guerra.
Proseguirò domani.
LA VITTORIA CINESE. (II Parte)
Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, nel 1914, la Cina s’unisce agli alleati. Per compensarla, le offrono che le concessioni germaniche nella provincia di Shandong le saranno restituite al termine del conflitto. Dopo il Trattato di Versailles, imposto dal presidente degli Stati Uniti Woodrow Wilson, sia agli amici che ai nemici, le colonie germaniche sono trasferite al Giappone, alleato più potente della Cina.
Fu la causa della protesta di migliaia di studenti, che il 4 maggio 1919 si riunirono in Piazza Tiananmen. Lì iniziò il primo movimento nazionalista che trionfò in Cina. Fu chiamato “4 Maggio”. La piccola borghesia e la borghesia nazionale vi aderirono insieme a operai e contadini.
La corrente nazionalista era sorta a cavallo tra il XIX ed XX secolo e si consolidò con la fondazione del Kuomintang, ossia il Partito Nazionale del Popolo, capeggiato dal dottor Sun Yat-sen, intellettuale e rivoluzionario progressista molto influenzato dalla Rivoluzione Socialista d’Ottobre, con cui rafforzò i contatti.
Il Partito Comunista Cinese viene fondato durante un congresso che ebbe luogo dal 23 luglio al 5 agosto 1921. Lenin inviò a quel congresso rappresentanti dell’Internazionale.
Il movimento comunista si dedicò a riunificate la Cina. Tra i fondatori si trovava il giovane Mao Zedong. Negli anni 1923 e 1924 si forma il Fronte Unico Antimperialista, formato dal PCC e dal Kuomintang.
Nel marzo del 1925 muore Sun Yat-sen e Chiang Kai-shek prende il comando, impegnandosi a controllare sotto la sua rigida guida il sud della Cina, in particolare la zona di Shanghai.
Chiang non simpatizzava con la dottrina comunista e nel 1927 iniziò un processo repressivo su grande scala contro i comunisti nelle unità dell’Esercito Nazionale Rivoluzionario, nei sindacati ed in altre aree sociali del paese, specialmente a Shanghai. Represse duramente la sinistra anche all’interno del Kuomintang.
Dopo 5 mesi d’occupazione militare della Manciuria, il Giappone creò nel 1932 lo stato del Manchukuo, che costituiva per la Cina una grande minaccia. Chiang Kai-Shek sferrò cinque campagne d’accerchiamento e d’annientamento contro i comunisti, forti nelle basi costituitesi nel sud del paese.
Nel 1927, con coloro che riuscirono a scappare dal tradimento di Chiang Kai-shek, Mao Zedong diresse nell’area montagnosa delle province di Jiangsu e Fujian, un vasto territorio, il centro della resistenza armata con un forte nucleo di comunisti coerenti e ben organizzati, che fu chiamata Repubblica Sovietica Cinese.
Affrontando le forze nazionaliste di Chiang Kai-shek, molto superiori numericamente, circa 100 mila combattenti cinesi, sotto la direzione di Mao, iniziarono nel 1934 la Lunga Marcia verso il nordovest, costeggiando il centro, un percorso d’oltre 6 mila chilometri, lottando ininterrottamente durante il cammino per più di un anno, fatto che costituì un’impresa senza precedenti e trasformò Mao nell’indiscutibile leader del Partito e della Rivoluzione in Cina.
L’applicazione delle idee di Marx e Lenin alle vicende politiche, economiche, naturali, geografiche, sociali e culturali cinesi, lo consacrarono quale geniale stratega politico e militare nella liberazione di un paese il cui peso nel mondo attuale non può essere sottostimato.
La seconda guerra cino-giapponese inizia il 7 luglio 1937. I giapponesi provocarono deliberatamente l’incidente che scatenò il conflitto. Un soldato nipponico scompare mentre il suo esercito stava effettuando una parata militare sul ponte Marco Polo, sopra un fiume situato a circa 16 chilometri ad ovest di Pechino. Incolpano l’esercito cinese, posizionato sull’altro lato del fiume, d’aver sequestrato il soldato, provocando un combattimento di diverse ore. Questi ricompare quasi immediatamente. La denuncia era falsa, ma il comandante giapponese aveva già ordinato d’attaccare. Tokio esige condizioni inaccettabili per la Cina, presentate con l’abituale arroganza, ed ordina l’invio di tre divisioni equipaggiate con le loro armi migliori. In poche settimane l’Esercito giapponese controlla il corridoio est-ovest dal Golfo di Chihli – oggi Bo Hai – fino a Pechino.
Da Pechino si dirige fino a Nanchino, sede del governo di Chiang Kai-shek. Mettono in partica una delle più orrende campagne terroriste delle guerre moderne. La città, come altre, fu rasa al suolo; decina di migliaia di donne furono violentate e centinaia di migliaia di persone brutalmente assassinate.
Il Partito Comunista cinese aveva posto come obbiettivo prioritario la lotta per l’unità nazionale di fronte al piano giapponese, il cui obbiettivo era impadronirsi dell’enorme paese con le sue risorse naturali e sottomettere oltre 500 milioni di cinesi ad una spietata schiavitù. Il Giappone cercava spazio vitale. La sua condotta fu un miscuglio di capitalismo e razzismo: era la versione giapponese del fascismo.
Il Fronte Unito Antigiapponese era già presente nel 1937. Anche i nazionalisti erano a conoscenza del pericolo. Il Giappone occupò la maggioranza delle città costiere. Al termine della Seconda Guerra Mondiale, le vittime cinesi saranno milioni.
Durante l’epico conflitto, i comunisti intensificarono la loro lotta contro gli invasori, provocandogli danni rilevanti.
Gli Stati Uniti aiutarono i comunisti ed i nazionalisti. Siccome vedevano che la loro entrata in guerra era imminente, chiesero al governo cinese l’autorizzazione per inviare una squadriglia di volontari. Fu così creata l’unità aerea delle Tigri Volanti. Roosevelt inviò il capitano a riposo Lee Chenault, il quale, durante il suo incarico, espresse la sua ammirazione per la disciplina, le tattiche e l’efficacia dei combattenti comunisti.
Dopo l’attacco a Pearl Harbor del dicembre del 1941, gli Stati Uniti entrarono in guerra. Tuttavia il Giappone non poté mai spostare dalla Cina le sue truppe d’elite, che al termine del conflitto ammontavano ad un milione di soldati.
Chiang Kai-shek, trasformato dall’amministrazione Truman – che con un atto di terrore usò le armi nucleari sulla popolazione civile giapponese – nell’uomo forte degli Stati Uniti, riprende la guerra civile anticomunista, ma le sue demotivate truppe non potevano resistere all’onda incontenibile dell’Esercito Popolare Cinese.
Quando si concluse la guerra, nell’ottobre del 1949, quelli del Kuomintang, appoggiati dagli Stati Uniti, scapparono a Taiwan, dove crearono un governo anticomunista con il pieno appoggio yankee. Chiang Kai-shek utilizzò la Flotta degli Stati Uniti per recarsi a Taiwan.
È per caso la Cina un oscuro angolo del mondo?
Prima che s’edificasse Troia e circolassero per le città-stato della Grecia l’Iliade e l’Odissea, senza dubbio meravigliosi creazioni dell’intelligenza umana, sui vasti fianchi del Fiume Giallo si sviluppa già una civiltà che comprendeva milioni di persone.
La cultura cinese fonda le sue radici nella dinastia Zhou, 2000 anni prima di Cristo. La sua peculiare scrittura si basa su migliaia di segni grafici, che rappresentano generalmente parole o morfemi della lingua, termine della linguistica moderna poco conosciuto dal pubblico non familiarizzato con il tema. Siamo tutti lontani dal comprendere la misteriosa magia di quella lingua, il cui apprendimento sviluppa la naturale intelligenza dei bambini cinesi.
Molti prodotti nati in Cina, come la polvere da sparo, la bussola ed altri, erano completamente sconosciuti nel Vecchio Continente. Se i venti soffiassero nel senso inverso della rotta seguita da Colombo, forse i cinesi avrebbero scoperto l’Europa.
Dal 2000, ha governato a Taiwan un partito la cui politica neoliberale e pro-imperialista era ancora peggiore di quella tradizionale del Kuomintang, deciso sostenitore del fallimento del principio di una sola Cina, storicamente proclamato dal Partito Comunista Cinese. Questa spinosa questione poteva scatenare una guerra d’imprevedibili conseguenze, come una moderna spada di Damocle sulla testa di oltre 1 miliardo e 300 milioni di cinesi.
L’elezione del 23 marzo scorso del candidato dell’antico partito che fu la base politica di Chiang Kai-shek ha costituito senza dubbio, nei fatti, una vittoria politica e morale della Cina. Allontana dal potere a Taiwan un partito che, governando per quasi otto anni, era sul punto d’intraprendere nuovi e funesti passi.
Secondo le agenzie di stampa, la sconfitta è stata schiacciante, ottenendo solo 4,4 milioni di voti su 17,3 milioni d’aventi diritto.
Il nuovo Presidente entrerà in carica il 20 maggio. “Firmeremo un Trattato di Pace con la Cina”, ha dichiarato.
Le note d’agenzia informano che “Ma Ying-jeou è sostenitore della creazione di un Mercato Comune con la Cina, principale partner commerciale dell’isola.”
La Repubblica Popolare cinese si dimostra degna e cauta nei riguardi della spinosa questione. Il portavoce dell’Ufficio di Taiwan nel Consiglio di Stato di Pechino ha dichiarato che la vittoria di Ma Ying-jeou prova che “l’indipendenza non è popolare tra i taiwanesi ”
In questo laconico messaggio si dice molto.
Nell’opere composte da prestigiosi ricercatori statunitensi, è stato divulgato quanto accaduto nel territorio cinese del Tibet.
Nel libro La guerra segreta della CIA in Tibet, di Kenneth Conboy – University Press, Kansas – si descrivono i sporchi intrighi della cospirazione. William Leary lo definisce “un eccellente ed impressionante studio su una delle più importanti operazioni segrete delle CIA durante la guerra fredda.”
Nel corso di due secoli, nessun paese al mondo aveva riconosciuto il Tibet come una nazione indipendente. Gli Stati Uniti, fino alla Seconda Guerra Mondiale, lo consideravano parte della Cina ed in tal senso facevano addirittura pressione sull’Inghilterra. Dopo la guerra, in cambio, lo videro come baluardo religioso contro il comunismo.
Quando la Repubblica Popolare Cinese istituì la riforma agraria nei territori tibetani, la sua elite sociale non accettò che le sue proprietà ed i suoi interessi fossero colpiti. Ciò provocò nel 1959 una sollevazione armata. Secondo le ricerche precedentemente indicate, la ribellione armata in Tibet – a differenza del Guatemala, Cuba ed altri paesi, dove agirono in fretta - fu preparata dai servizi segreti degli Stati Uniti per anni.
In un altro libro – in questo caso un’apologia della CIA - I guerrieri di Budda, l’autore Mikel Dunshun racconta come l’agenzia trasferì centinaia di tibetani negli Stati Uniti, condusse la ribellione, la equipaggiò, inviò paracaduti con armamenti, lì addestrò nell’utilizzo degli stessi, a montare a cavallo come i guerriglieri arabi. Il prologo dell’opera è scritto dal Dalai Lama, che afferma: “Sebbene abbia il profondo sentimento che la lotta dei tibetani possa solamente trionfare con una visione a lungo termine utilizzando mezzi pacifici, ho sempre ammirato questi combattenti per la libertà per il loro valore e per la loro indistruttibile determinazione.”
Il Dalai Lama, decorato con la Medaglia d’Oro del Congresso degli Stati Uniti, ha elogiato George W. Bush per gli sforzi a favore della libertà, la democrazia ed i diritti umani.
La guerra in Afghanistan è stata definita dal Dalai Lama come “una liberazione”, la guerra di Corea come “semiliberazione” e quella del Vietnam come un “fallimento”.
Ho fatto una breve sintesi dei dati presi da Internet, soprattutto dal sito Rebelión. Non ho inserito, per ragioni di spazio e di tempo, le pagine di ogni libro dove appaiono con precisione le parole testuali utilizzate.
Ci sono persone che soffrono di cino-fobia, un costume abbastanza generalizzato in molti occidentali, abituati, da educazione e cultura differenti, a guardare con disprezzo ciò che proviene dalla Cina.
Ero praticamente bambino quando già si parlava del “pericolo giallo”. La rivoluzione cinese sembrava allora una cosa impossibile: le vere cause dello spirito anticinese erano nel fondo razziste.
Perché tanta ostinazione nell’imperialismo nel sottomettere la Cina, in modo diretto o indiretto, a un deterioramento in campo internazionale?
Un tempo, ovvero, 50 anni fa, negandole le prerogative eroicamente guadagnate di membro effettivo del Consiglio di Sicurezza; successivamente, per gli errori che condussero alle proteste di Tiananmen, dove si osannava la Statua della Libertà, simbolo di un impero che oggi è la negazione di tutte le libertà.
La legislazione della Repubblica Popolare Cinese si è impegnata nel proclamare ed applicare il rispetto dei diritti e della cultura di 55 minoranze etniche.
La Repubblica Popolare Cinese, al contempo, è molto sensibile a tutto ciò che riguarda l’integrità del suo territorio.
La campagna orchestrata contro la Cina è come un segnale d’attacco per screditare il meritato successo del paese e del suo popolo, anfitrioni dei prossimi Giochi Olimpici.
Il Governo di Cuba ha emesso una categorica dichiarazione di sostegno alla Cina, rispetto alla campagna contro la stessa inerente il Tibet. Questa è stata una posizione corretta. La Cina rispetta il diritto dei cittadini a credere o non credere. Esistono, in quel paese, gruppi di credenti mussulmani, cristiani cattolici o non cattolici, e di altre religioni, e decine di minoranze etniche i cui diritti sono garantiti dalla sua Costituzione.
Nel nostro Partito Comunista, la religione non è un ostacolo per esserne militante.
Rispetto il diritto del Dalai-Lama a credere, però non sono obbligato a credere nel Dalai-Lama.
Ho molte ragioni per credere nella vittoria cinese.
22 Luglio 2008
L'essenza di classe del gandhismo
http://www.bibliotecamarxista.org/volantini/urss/ess%20clas%20gand.htm
Questo articolo è stato pubblicato sul n. 3 del 1953 della rivista sovietica "Voprosy filosofii".
Il 30 gennaio 1948, a Delhi, veniva ucciso Mohandas Karamchand Gandhi, - il più influente leader del Congresso Nazionale indiano e uno tra i più popolari esponenti politici dell'India. Nonostante che scopo della sua attività Gandhi ritenesse l'unificazione e l'indipendenza dei popoli indiani, il contenuto utopistico-reazionario della sua teoria sociale e i metodi di lotta riformistici ad essa legati hanno portato a che la sua attività non soltanto non favorisse il rovesciamento del giogo coloniale, ma che fosse anche largamente utilizzata dall'imperialismo inglese per i suoi egoistici interessi. Dopo la seconda guerra mondiale la crisi del sistema coloniale inglese legata alla crisi generale del capitalismo spinse gli imperialisti, inglesi a una nuova manovra politica che consisteva nel tendere a smembrare l'India in due Stati al fine di rinfocolare al massimo l'ostilità tra questi e conservare così il dominio su di essi. E l'ostilità indo-musulmana, riaccesa dai colonizzatori inglesi in India, assunse anche la forma di conflitti militari tra stati (per esempio, nel Kashmere e nel Pejambé). Gandhi, essendo sostenitore di un'India unita, cercò da parte sua di far cessare i sanguinosi scontri tra le comunità religiose provocati dall'imperialismo inglese, e invitò alla pace tra gli indù e i musulmani. Un anno e mezzo dopo la divisione dell'India egli veniva ucciso da un attivista indù di un'organizzazione politica di tipo parafascista. La borghesia imperialistica inglese, dopo aver utilizzato pienamente Gandhi in quelle fasi in cui ciò era stato possibile, nella nuova fase della lotta vide in questa figura un ostacolo per il proprio dominio ed egli venne tolto di mezzo. L'essenza sociale del gandhismo e il suo ruolo reazionario nella storia del movimento di liberazione nazionali dell'India, fino ad oggi, non sono stati ancora chiariti nella letteratura marxista. Dopo la seconda guerra mondiale la crisi del sistema coloniale dell'imperialismo fu strettamente legata alla possente ascesa del movimento di liberazione nazionale nell'Oriente coloniale. In India, una delle colonie più grandi e industrialmente evolute, la fine della seconda guerra mondiale aveva schiuso una nuova fase nello sviluppo del movimento di liberazione nazionale, e questa si caratterizzò per la grande ripresa del movimento operaio e contadino e per il passaggio della borghesia nazionale nel campo dell'imperialismo. Un compito di primo piano del proletariato indiano, in quella fase, divenne l'emancipazione delle masse contadine dall'influenza ideologica e politica della borghesia e, in particolare, dall'influsso dell'ideologia gandhiana. Senza una tale emancipazione, infatti, è impossibile, come indica Stalin, "far avanzare la rivoluzione e conquistare una completa indipendenza delle colonie capitalisticamente sviluppate e dei paesi dipendenti". Una svolta radicale nello sviluppo dei movimenti nazionale delle colonie e dei paesi dipendenti la produsse la grande Rivoluzione d'Ottobre, la quale attivizzò grandemente anche i contadini indiani, il cui risveglio politico prese a trasformare il movimento di liberazione borghese dell'India in un movimento di liberazione popolare. La nuova fase di tale movimento, aperta dalla Rivoluzione d'Ottobre, si iniziò con la possente ripresa rivoluzionaria degli anni 1919-1922. La grande borghesia indiana si trovò così di fronte al fatto di una enorme crescita del movimento antimperialista delle masse popolari indiane e, utilizzando la forza del movimento di massa come arma di pressione sull'imperialismo inglese, al tempo stesso cercò i mezzi che le avrebbero dato la possibilità di contenere l'energia rivoluzionaria delle masse entro limiti ad essa necessari ed accettabili. "Temendo la rivoluzione più che l'imperialismo - ha scritto Stalin, - preoccupandosi degli interessi della propria borsa più che degli interessi della propria Patria, questa parte della borghesia - la più ricca e influente, - con entrambe le gambe si pone nel campo degli acerrimi nemici della rivoluzione e conclude un blocco con l'imperialismo contro gli operai e i contadini del suo proprio paese". Ed è proprio in quel momento, allarmante per la borghesia nazionale, che apparve sull'arena politica dell'India una nuova figura di predicatore politico quale era Gandhi, con la sua teoria della "nonviolenza" e della tattica "nonviolenta", e in un'aureola di gloria da mezzo santo che egli si era procurato nel periodo della sua ventennale attività politica in Sud Africa, dove gli era riuscito di ottenere un certo successo nella lotta contro la discriminazione razziale degli indiani. Gandhi aveva costruito la sua dottrina socio-politica sui principi della religione dell'induismo, largamente diffusa tra i contadini indiani, uno dei cui dogmi principali si riduce all'esigenza di non causare violenza ad alcuno. Elementi di tolstoismo, poi, mescolati a questo dogma, conferirono al gandhismo una sua originale "ricerca della verità", indicando quali vie per conseguirla l'amore, la sofferenza e l'autosacrificio. Data la sua intima simbiosi con l'ideologia religiosa delle masse indiane, è difficile determinare dove finisce l'influsso del gandhismo e dove cominci quello della religione. Il gandhismo, come anche la religione in genere, è uno degli aspetti "dell'oppressione spirituale che sta dovunque tra le masse popolari schiacciate da un eterno lavoro per gli altri, dal bisogno e dalla solitudine" (Lenin). La combinazione di religione e politica, caratteristica del gandhismo, non rappresenta certo niente di nuovo in linea di principio. Il ruolo storico della religione consiste nel fatto che essa è uno strumento di asservimento spirituale delle masse popolari e, di conseguenza, un determinato strumento politico. Parlando delle radici di classe della religione odierna, Lenin scrisse: "Oppressione sociale delle masse lavoratrici, apparente completa loro impotenza di fronte alle cieche forze del capitalismo... - ecco in cosa consiste la più profonda radice odierna della religione". Va da sé, quindi, che la principale radice del gandhismo quale fenomeno delle masse contadine è la stessa indicata da Lenin. Infatti, gli elementi anticapitalistici presenti nel ganhdismo sono espressi debolmente e in modo estremamente inconseguente (per esempio, l'atteggiamento critico di Gandhi verso l'industria capitalistica e la cultura borghese), anche se anch'essi hanno favorito la sua popolarità tra le masse. In India, paese il cui sviluppo è stato contenuto dai colonizzatori inglesi al livello di rapporti semifeudali, le condizioni di vita socio-economiche aiutarono senz'altro la diffusione del gandhismo, il quale, e non a caso, ha un suo rapporto diretto con l'ideologia feudale ancora presente nella società indiana. Gandhi esorta a volgere la ruota della storia verso un sistema comunitario di tipo medioevale - base del dispotismo orientale, - ed esalta la miseria, l'ascetismo e una primitiva vita agreste. Egli propone poi di non elevare il livello di vita dei contadini pauperizzati, mentre a tutte le classi chiede di abbassarlo a un grado minimo di sopravvivenza che rimane la sorte di milioni di indiani. Le sue reazionarie concezioni utopistiche sullo sviluppo economico dell'India Gandhi le espose nella sua "Confessione di fede". Il programma economico del gandhismo consiste nella conservazione dell'arretratezza feudale delle campagne indiane e nella sua ferma opposizione a qualsiasi forma di industrializzazione (o "macchinismo" secondo la terminologia di Gandhi). L'attuazione pratica di questo programma egli la vede: 1) nello sviluppo dell'artigianato contadino; 2) nella diffusione della "ciarka" (filatoio a mano); 3) nella propaganda del "Khadi" (metodo di tessitura manuale). I piani di riforme economiche di Gandhi si basano su di una infima produttività del lavoro, su di una tecnica primitiva e su primitivi metodi di produzione. Il suo atteggiamento verso l'industrializzazione è in diretto rapporto con la sua predica del lavoro rurale. Ma in tale questione le concezioni di Gandhi subirono anche alcuni mutamenti, passando da una totale negazione della "satanica" civiltà e del "macchinismo" al riconoscimento, ma soltanto a certe condizioni, di una loro eventuale opportunità. Infatti, dopo aver iniziato col negare la meccanizzazione nel 1909, dopo trent'anni egli giunse alla conclusione che "la meccanizzazione è buona quando non richiede mani per il lavoro. Ma è un male quando si hanno più mani di quanto il lavoro richieda, come in India". Il programma socio-economico di Gandhi è inoltre pieno di inconciliabili contraddizioni. Così, per esempio, egli riconosce la necessità (non la possibilità, ma la necessità!) di conservare la proprietà terriera latifondista e feudale in India - che considera inviolabile, - e al tempo stesso si dichiara per un miglioramento delle condizioni di vita dei contadini indiani. Gandhi, inoltre, difende la necessità di conservare un tale sostegno della reazione e del dispotismo quali sono i principati indiani, giungendo a una diretta giustificazione dell'ineguaglianza sociale e al riconoscimento della necessità delle caste. Secondo le sue stesse parole, la necessità di conservare le caste "è basata sull'economia dell'energia sociale (sulla sua giusta ripartizione) e su di una sana autolimitazione dell'uomo per mezzo della volontà". In tal modo l'"economia delle forze sociali" deve attuarsi, per Gandhi, in favore della condizione privilegiata delle classi sfruttratrici, mentre ad una "sana autolimitazione" egli richiama soltanto le affamate classi inferiori. Sotto una simile fraseologia pseudoscientifica non è certo difficile scorgere una giustificazione dei privilegi sociali, uno smussamento dell'antagonismo di classe e un'esaltazione del conservatorismo e della reazione. A Gandhi, naturalmente, è estranea una impostazione storico-concreta dei problemi: egli ragiona per astrazioni, dal punto di vista dei cosiddetti "eterni principi" della morale e della religione, e un tale modo di pensare non è che il riflesso ideologico del vecchio ordine di vita feudale. A proposito dei consimili filosofemi "sovrastorici" di Tolstoj Lenin ha scritto: "... una ideologia del sistema orientale, del sistema asiatico, - questo è il tolstoismo nel suo reale contenuto storico. Di qui l'ascetismo, la non resistenza al male con la violenza, le profonde noterelle di pessimismo e la convinzione che `tutto è nulla, tutto è il nulla materiale"'. La teoria gandhiana della "nonviolenza", nella sua forma, è sì equivalente alla teoria tolstoiana della "non resistenza al male". Ma il contenuto sociale del gandhismo è diametralmente opposto al tolstoismo. Quest'ultimo, infatti, a dire di Lenin, è espressione della spontanea protesta e dell'indignazione del contadino patriarcale russo, e ne riflette i lati deboli e quelli forti. Il gandhismo, invece, è sorto quale determinata forma della lotta di classe della borghesia reazionaria indiana contro il movimento rivoluzionario delle masse popolari indiane. Gandhi, in definitiva, utilizza "la spontanea protesta e l'indignazione" delle masse contadine indiane, oppresse da un duplice giogo, e ne sfrutta l'ideologia religiosa per i fini di classe della borghesia e dei latifondisti indiani. Oltre al suo programma socio-economico, il gandhismo include in sé la teoria etico-religiosa della "nonviolenza" - il cui metodo pratico è la "resistenza nonviolenta", - e la teoria dell'"armo-nia" degli interessi di classe, la cui conclusione pratica è l'appello alla collaborazione della classi. In risposta alle sanguinose repressioni con cui gli imperialisti inglesi soffocarono il movimento popolare, Gandhi chiese al popolo indiano di "... imparare a mantenere il proprio equilibrio spirituale alla vista non di un solo migliaio di uccisioni di uomini e donne innocenti, ma di molte migliaia di loro... Che ognuno guardi alla forca come ad una cosa comune nella vita". Nel febbraio 1922, ancora, egli faceva la seguente dichiarazione: "Io apprezzo la mia propria salvezza più di qualsiasi altra cosa, anche più della salvezza dell'India", e "quindi io sono dapprima un indù, e poi un patriota". Inoltre, in questo momento decisivo per l'India, Gandhi - pur riconosciuto leader del movimento, - concluse un vile e a dir poco spregiudicato compromesso con il governo inglese, decapitando con ciò stesso il movimento rivoluzionario di massa (febbraio 1922). In seguito, nel suo articolo "la mia colpa" ("Mea culpa"), Gandhi motivò questo "sviamento" (più esattamente, tradimento) del movimento con il fatto che le masse avevano violato il principio della "nonviolenza". E come tale, come "violenza delle masse", egli stigmatizzava il rifiuto dei contadini di pagare la rendita terriera ai latifondisti! Va qui da sé che soltanto la logica degli interessi di classe induceva Gandhi a vedere in tale pacifica forma di protesta delle "azioni violente". Caratteristica, a tale proposito, è la seguente sua dichiarazione: "Se non vogliamo che la violenza sia creata dalla non resistenza al male con la violenza, noi dobbiamo alla svelta tornare indietro... Che l'avversario ci accusi pure di codardia, - meglio una cattiva gloria che il tradimento del proprio dio". La dottrina gandhiana della "nonviolenza" era il riflesso della paura delle classi sfruttatrici dinanzi al crescente movimento popolare di emancipazione. Più tardi, nel 1930, Gandhi stesso riconobbe apertamente la necessità di una lotta su due fronti: contro il nemico esterno - l'imperialismo inglese, - e contro il nemico interno, vale a dire il movimento rivoluzionario delle masse. "Il mio scopo - egli scrisse al viceré dell'India, - consiste nell'indirizzare il movimento della nonviolenza sia contro la violenza della forza organizzata del dominio britannico, sia contro il crescente partito della violenza". L'essenza di classe del gandhismo, poi, si rivela con particolare evidenza nella teoria della cosiddetta "armonia" tra gli interessi degli sfruttatori e degli sfruttati. Essa rappresenta la parte nodale del gandhismo, dalla quale derivano conseguentemente il carattere riformistico della politica e della tattica di Gandhi e la sua continua tendenza al compromesso e alla collaborazione di classe. Si è qui in presenza della chiave che ci rivela il senso sociale delle altre sue parti: la dottrina etico-religiosa della "nonviolenza", la tattica della "resistenza nonviolenta" e il suo programma socio-economico. Facciamo qualche esempio. Quale unico mezzo per la soluzione dei conflitti tra il contadino e il proprietario terriero Gandhi propone l'arbitrato: la lotta di classe, per lui, è cosa da vietarsi in modo categorico e incondizionato. Pur reclamandosi difensore dei contadini indiani, al tempo stesso egli cerca di smussare le contraddizioni antagonistiche che oppongono il contadino al proprietario. Inoltre, se da un lato Gandhi teorizza l'"autentico democratismo" in una idealizzata "semplice vita agreste", dall'altro lato - e malgrado tutti i suoi raziocini di tipo tolstoiano, - non soltanto riconosce la necessità di conservare il sistema del latifondo, ma trova anche che tale sistema sia "auspicabile" per gli interessi dell'economia indiana. Per quanto poi riguarda i rapporti tra capitale e lavoro Gandhi propone agli operai di appellarsi al "buon senso" dei capitalisti, mentre riduce l'intera lotta in questione alla sola aspirazione a conquistare il "cuore dei padroni", e non certo i diritti umani. Su questo punto egli si espresse in modo significativo nel suo articolo "Salari e valori" ("Wages and values"), affermando: "Io so che lo sciopero è un diritto imprescindibile degli operai per garantire la giustizia, ma esso deve considerarsi come un delitto subito dopo che i capitalisti adottano il principio dell'arbitrato... Quando gli operai di fabbrica cominciano a identificare i propri interessi con gli interessi del fabbricante, allora si innalzano anch'essi, e con essi l'industria del nostro paese". In una completa e più totale antitesi con le idee del socialismo scientifico, poi, Gandhi propagandò anche un suo tipo particolare di "socialismo", fatto apposta per tutte le classi sociali, - sfruttatori e sfruttati. Nel 1934 egli scrisse: "Il nostro socialismo e comunismo deve essere fondato sulla nonviolenza e sulla armonica collaborazione tra il lavoro e il capitale, tra il proprietario terriero e l'affittuario". Per poi, dopo sei anni, dichiarare pubblicamente: "Spero che non si possa credere che io abbia iniziato una lotta che si potrebbe concludere con l'anarchia e il pericolo rosso". Sul caso di una possibile rivoluzione, poi, egli si espresse nel modo seguente: "Io non prenderò mai parte alla privazione delle classi proprietarie della loro proprietà privata senza che ci sia una giusta (!) causa. Voi potete star certi che io impiegherò tutta la forza del mio influsso per evitare una guerra di classe. Nel caso in cui sarà fatto il tentativo di privarvi ingiustamente della vostra proprietà io lotterò dalla vostra parte". L'essenza reazionaria e antipopolare del gandhismo non potrebbe esprimersi meglio. Nel pieno del movimento rivoluzionario degli anni 1919-1922 il governo inglese aveva emanato una legge che abrogava le consuete procedure giudiziarie e che autorizzava a infliggere la carcerazione senza alcun processo preventivo (la cosiddetta "legge Rowlett"). Questa legge suscitò una seria preoccupazione tra le vaste masse popolari, e Gandhi, che agiva per delega e a nome del Congresso Nazionale indiano, e di conseguenza della borghesia indiana, cercò di assoggettare il movimento popolare mediante l'organizzazione di una "resistenza nonviolenta" a tale progetto di legge. Le masse dell'intero paese, invece, risposero all'appello di Gandhi con forme attive di lotta che superavano di molto i desideri e la volontà del "grande saggio": nel paese dilagò una grande ondata di scioperi, dimostrazioni e rivolte in cui si esprimeva la straordinaria umanità di tutti i popoli dell'India, senza differenze di caste, religioni e lingue. Questo movimento venne poi schiacciato con atroci e violentissime repressioni. Al che Gandhi, spaventato dall'attivismo rivoluzionario delle massa, tradì gli interessi del suo popolo, e dichiarò di non avere alcun rapporto "con le dubbie persone che hanno commesso i disordini". Cercando poi di riportare il movimento entro limiti accessibili al controllo dei leaders del Congresso, Gandhi stesso, e per la prima volta in India, avanzò un piano di "non collaborazione nonviolenta" che avrebbe dovuto, nelle sue intenzioni, porre gli imperialisti inglesi nella necessità di concedere l'indipendenza ai popoli indiani. Esso prevedeva in sé varie fasi: dal boicottaggio delle merci inglesi a quello degli organi legislativi e degli istituti d'insegnamento, e infine - ma solo quale ultima ed estrema misura, - il rifiuto di pagare le imposte. Il movimento di massa, tuttavia, e fin dai suoi primi passi, travalicò di gran lunga i limiti del programma politico riformista di Gandhi, dato che le masse non erano affatto propense ad attendere elemosine dai loro sfruttatori, organizzando invece scioperi, rivolte contro i proprietari e, infine, un grandioso sciopero generale della durata di alcuni giorni. La "nonviolenza" di Gandhi, che significava condanna della lotta di classe dei lavoratori in ogni sua forma e condanna dell'azione rivoluzionaria del proletariato e dei contadini indiani, ne subì così una seria sconfitta, rivelando alle masse che essa non si presentava affatto al suo predicatore come un fine in sé, ma quale strumento di lotta politica e sociale nelle mani della grande borghesia reazionaria e dei latifondisti feudali. "In nessun caso la violenza delle masse" era il motto di Gandhi, e gli imperialisti inglesi, il cui dominio in India veniva minacciato ad ogni ripresa della lotta di liberazione, consideravano il gandhismo - lo volesse o meno lo stesso Gandhi, - come un loro fedele alleato, tant'è che Gandhi stesso, quando cadde il dominio inglese in India, dichiarò che ciò che aveva consentito tale caduta era "funesto" per... l'India medesima, in quanto la violenza delle "folle" è inammissibile "perfino in risposta a una grave provocazione". In realtà egli non si era mai posto il compito di rovesciare concretamente e attivamente il dominio coloniale inglese: il suo scopo si limitava soltanto ad influire "moralmente" sui colonizzatori al fine di "convincerli" della necessità di concedere all'India l'autonomia. Un altro esempio di come Gandhi intendesse la sua famigerata teoria della "nonviolenza", il cui metodo di lotta egli definiva come "omeopatico", lo si ebbe nel 1930, durante i grandi fatti accaduti a Peshavar. Quando il movimento di massa raggiunse proporzioni di un certo rilievo, i soldati indù dei due plotoni del 18• Reggimento reale inviati a Peshavar per reprimerlo si rifiutarono di sparare sulla folla dei musulmani. Si iniziò così una fraternizzazione, e molti dei soldati presenti consegnarono ai peshavari le proprie armi. Vennero allora immediatamente evacuate tutte le truppe di stanza a Peshavar, e così per dieci giorni la città si trovò nelle mani del popolo. In seguito 17 soldati del Reggimento vennero severamente condannati dal tribunale militare di campo. In che modo Gandhi accolse questa manifestazione di "alleanza tra fedi e classi"? Siccome questa "nonviolenza" e questa "alleanza delle classi" avevano creato una reale minaccia non solo all'imperialismo inglese ma anche per l'esistenza stessa delle classi dirigenti nazionali, Gandhi condannò nel modo più risoluto i fatti e i soldati di Peshavar, dichiarando: "Il soldato che non si sottomette all'ordine di aprire il fuoco viola il giuramento da lui stesso prestato, rendendosi colpevole di una criminale insubordinazione...". Assai più tardi, nel 1946, Gandhi stesso rivelò fino in fondo i veri motivi della sua indignazione del 1930, non mascherandosi più con parole come "giuramento" e "insubordinazione", ma dichiarando apertamente che l'unità di operai e contadini, come anche di musulmani e indù, "... avrebbe significato abbandonare l'India alla mercé della gentaglia... Io non vorrei vivere nemmeno 125 anni per vedere una simile fine. Piuttosto vorrei bruciare vivo nel fuoco". Così egli disse! Poi, nei casi in cui Gandhi fece invece appello alla disubbidienza, egli chiese che essa fosse "breve", "umile" e "volontaria". Amore verso gli oppressori, umiltà e volontaria sottomissione ai colonizzatori imperialisti - ecco a che cosa, in definitiva, esortava Gandhi il suo popolo. Caratteristico è poi il fatto che egli, temendo più di tutto le azioni rivoluzionarie delle masse, in tutta la sua lunga vita sociale e politica non abbia mai indetto delle campagne di disobbedienza civile di massa! Predicando la "nonviolenza" quale principale metodo di lotta politica e sociale il gandhismo ha causato un enorme danno alla lotta di classe e di liberazione nazionale dell'India, distogliendo il movimento di massa dai suoi obiettivi rivoluzionari e indirizzandolo nel solco di un inconseguente quanto contraddittorio socialriformismo. Inoltre, esso non è stato un fenomeno casuale. Infatti, il gandhismo è sorto proprio quando le masse indiane si affacciarono per la prima volta alla vita politica, quando la coscienza di classe del proletariato e dei contadini, nonché il loro spirito organizzativo, erano ancora molto bassi. L'oppressione, l'arretratezza e il basso livello della coscienza di classe delle masse indiane, uniti all'enorme ruolo della religione in ogni sua forma, rappresentarono un terreno più che favorevole al diffondersi del gandhismo e al rafforzamento del suo influsso tra le masse popolari. Ed è in queste condizioni che le teorie utopistiche e reazionarie di Gandhi - che si richiamavano all'antichità, idealizzavano la vita patriarcale e consacravano le vecchie tradizioni e i canoni dell'induismo, - trovarono facilmente sostegno tra le masse contadine. Insomma, portando sugli scudi i dogmi e gli istituti dell'induismo, e rafforzando così quanto vi era di più retrivo, immobile e consuetudinario nella vita e nella coscienza dei contadini indiani, il gandhismo, con i suoi ideali sociali, si è palesemente rivelato quale difensore della schiavitù spirituale del suo popolo e quale riconosciuto strumento della grande borghesia reazionaria indiana nella sua lotta contro il movimento rivoluzionario delle masse. Ed è proprio in questo che si deve vedere la sua reale missione storica. Nel suo rapporto politico al XVI Congresso del PC(b) Stalin ha dato la seguente definizione degli esponenti politici borghesi del tipo di Gandhi: "I signori borghesi fanno conto di inondare di sangue questi paesi e di basarsi sulle baionette della polizia, chiamando in aiuto gente del tipo di Gandhi. Non può esserci dubbio che le baionette della polizia siano un cattivo sostegno. Anche lo zarismo, a suo tempo, si appoggiò sulle baionette della polizia, ma quale altro sostegno ne venne fuori è a tutti noto. Per ciò che riguarda poi i coadiutori del tipo di Gandhi, lo zarismo ne ebbe un intero gregge nei conciliatori liberali d'ogni risma". Il gandhismo sta oggi vivendo una sua profonda crisi interna. E lo sviluppo del movimento di liberazione nazionale ha svolto un ruolo decisivo nell'approfondirne questa crisi. la missione storica di Gandhi, dal punto di vista delle classi sfruttatrici, si è conclusa con il passaggio della grande borghesia indiana a una politica di incondizionata capitolazione dinanzi al capitale inglese e americano. E questo anche se il ruolo del gandhismo, quale strumento di oppressione spirituale delle masse arretrate dell'India, non si è ancora affatto concluso. Il suo terreno sociale, infatti, è ancora presente nella realtà del paese, e la lotta contro di esso rappresenta una delle forme della lotta di classe del proletariato indiano. Ancora nel 1924 Stalin così indicava le enormi possibilità rivoluzionarie dell'India: "Vi è un giovane e combattivo proletariato rivoluzionario che ha con sé un alleato come il movimento di liberazione nazionale, - vale a dire, un alleato indubbiamente grande e indubbiamente serio. Dinanzi alla rivoluzione, invece, ci sta un avversario, a tutti noto, come l'imperialismo straniero, - privo di credito morale e che si è conquistato l'odio generale delle masse oppresse e sfruttate dell'India". Con la fine della seconda guerra mondiale il movimento di liberazione nazionale indiano è entrato in una nuova e superiore fase del suo sviluppo, il cui tratto caratteristico sono principalmente lo spirito organizzativo dimostrato dal proletariato e la crescita della sua coscienza di classe. La ripresa della lotta rivoluzionaria delle masse ha poi portato a una divisione delle forze sociali del paese e alla formazione di due campi distinti: quello antimperialista, che riunisce in sé tutti gli elementi rivoluzionari con alla testa la classe operaia, e quello imperialista e reazionario della grande borghesia e dei feudali indiani. Il gandhismo non può ormai più contenere il crescente movimento rivoluzionario delle masse, e l'emancipazione dei lavoratori indiani dall'influsso dell'ideologia gandhiana è ora il passo necessario e non più rinviabile sulla via verso la vittoria della rivoluzione indiana.
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